ROMA - Stavolta il pressing è ancora più forte. Più dettagliato. Almeno nel calendario: un mese, questo è il tempo che il governo, durante l’incontro a Palazzo Chigi, ha indicato ai sindacati per un patto sulla produttività, per trovare insieme con le imprese soluzioni alla forte caduta di competitività del sistema Italia. Un mese per «una proposta condivisa». Una proposta «ambiziosa». In cambio il governo è pronto a fare la sua parte: le risorse sono poche, ma qualcosa ci sarà. Il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, non si sbilancia e parla genericamente di «un’azione di supporto». E auspica che il tavolo tra imprese e sindacati possa portare a un risultato «il più presto possibile». Una speranza che si scontra subito con l’altolà della Cgil: «Non accettiamo scadenze».
E’ il premier, a inizio incontro, a ribadire ai sindacati quanto sia importante il contributo delle parti sociali alla crescita e quindi all’occupazione. «E’ una leva essenziale» dice Monti, soprattutto «in un momento carico di tensioni e di preoccupazioni», in una fase «molto dura della vita del Paese». Ed è sempre Monti - prima di passare la parola agli altri ministri presenti e in particolare a Passera incaricato di seguire la partita - a ricordare che uno strumento importante è l’implementazione dell’accordo sulla contrattazione che le stesse parti sociali firmarono il 28 giugno del 2011. Non è una questione «di moderazione salariale» precisa il premier, ma di «modernizzazione salariale». Il governo è convinto: «Ci sono margini per mettere più soldi in tasca alla gente». La chiave si chiama produttività. «Senza aumenti di produttività, aumenti salariali saranno impossibili» aggiunge Passera, ricordando come invece in questi ultimi anni siamo andati nella direzione opposta, perdendo competitività rispetto ai principali concorrenti, Germania in testa.
Ma la mancanza di indicazioni sull’entità della cifra che il governo intende mettere a disposizione per favorire il patto e fare in modo che sia gli imprenditori che i lavoratori possano ricevere un po’ di ossigeno, lascia una parte del sindacato perplessa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, lo dice chiaramente: «Le parti sociali non possono sostituirsi al governo, nel Paese non c’è politica industriale ed economica». Sì al dialogo, comunque, ma «se qualcuno si immagina che stravolgiamo accordi e relazioni, è un film che non so dove abbia visto». Anche sui tempi la Camusso - che ieri ha ottenuto il via libera dal suo direttivo ad arrivare anche allo sciopero generale - tira il freno a mano: «Per noi non ci sono scadenze. Il governo ci dica quando inizia a fare dei provvedimenti che servono a rimettere in moto» il Paese.
Decisamente più morbida la Cisl, che parla di «passo avanti importantissimo». «Tutti i gufi anticoncertazione sono stati smentiti. Si riapre una discussione che sembrava seppellita. Coltiverò la possibilità di raggiungere un’intesa con le aziende» dice il numero uno del sindacato di via Po, Raffaele Bonanni. Che ritorna sulla richiesta al governo di detassare maggiormente i premi di produttività e i nuovi investimenti. Richiesta condivisa anche dalla Uil che ribadisce le sue previsioni nere sull’occupazione e sull’autunno caldo. Disponibile al confronto l’Ugl. «Tutti abbiamo una parte di responsabilità per evitare il declino della nazionale» osserva il segretario generale Giovanni Centrella. Ma riparlare di produttività - avverte - significa «riportare soldi in tasca ai lavoratori».