ROMA - «Bisogna stare attenti a non fare confusione, la produttività non la fa il governo», con queste parole Mario Monti ha salutato Raffaele Bonanni, il sindacalista considerato «più in ascolto». «Anche se perfino Susanna Camusso, nonostante il solito approccio pungente e un tantino ringhioso», dice un partecipante al vertice con Cgil, Cisl, Uil e Ugl, «non si può definire ostile». Tant’è, che salutando la leader della Cgil, Monti ha detto: «Su un tema come questo non possiamo che essere tutti alleati». Obiettivo: arrivare a un accordo sulla produttività tra imprese e sindacati entro un mese, prima della prossima riunione dell’Eurogruppo e del Consiglio europeo di metà ottobre.
E’ Corrado Passera, ministro dello Sviluppo, a inquadrare al meglio la strategia e la filosofia del governo per «abbattere lo spread di competitività e produttività dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei». Parlando con i suoi interlocutori il «regista dell’operazione» (come l’ha definito Monti) l’ha messa così: «L’aumento della produttività va fatto dalle imprese e dai sindacati. Si produce di più a costi più bassi con una migliore organizzazione aziendale, con più flessibilità, più innovazione, meno assenteismo e massimo utilizzo degli impianti». Dopo di che, se «imprese e sindacati compiranno un bel passo in avanti» nell’attuazione dell’accordo del 28 giugno 2011, «il governo è disposto e pronto a fare la sua parte». E questa parte, secondo quanto trapela dal dicastero di via Veneto e dalle stanze del governo, sarà la detassazione del salario e dei premi di produttività. Nessun intervento è previsto sul cuneo fiscale: «Non ci sono risorse, non c’è alcuno spazio di manovra».
Insomma, poca cosa vista «la difficile congiuntura». E visto che «il principale impegno, con le poche risorse che abbiamo, ora è quello di evitare l’aumento dell’Iva nel prossimo giugno». Ma anche se ci fosse una valanga di euro a disposizione, non rientrerebbe nella filosofia di Monti utilizzarla per garantire più produttività alle imprese.
Per abbattere quel gap che «fa dell’Italia l’ultimo Paese in Europa, peggio perfino della Grecia», secondo il professore il governo sta «già facendo la sua parte». Intervenendo sulla giustizia, sulle lentezze burocratiche, la giungla normativa, l’energia. «Ora tocca alle imprese e ai sindacati».
Ed è qui sta il senso dell’operazione compiuta da Monti. «Un’operazione verità», come la definisce un ministro: gettare sul tavolo del dibattito politico ed economico «il dato drammatico» di un Paese all’ultimo posto come «produttività del lavoro per ora lavorata» e con «un costo nominale del lavoro per unità di prodotto» (Clup) più alto d’Europa. Mettendo imprese e sindacati «davanti alla loro responsabilità», lasciando al governo «il ruolo di facilitatore dell’intesa tra le parti sociali». Per dirla con Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, «l’esecutivo si propone come arbitro neutro che aiuta e spinge le parti sociali a trovare un accordo». Conclusione: viene respinto al mittente (Susanna Camusso) l’appello a gettare sul piatto ingenti risorse. «Non per cattiveria, ma perché non ce ne sono e perché questo non è compito del governo».
La speranza di Monti è che un aumento della produttività nel «medio periodo» possa portare anche a un incremento dei salari e dunque dei consumi, «in modo da uscire dalla recessione». «Non è possibile che in tutti i Paesi del mondo aumenti la produttività e cali il costo del lavoro, mentre da noi negli ultimi anni è calata la produttività e aumentato il costo del lavoro».