ROMA Troppo rosso nel Pd. E’ Rosy Bindi a lanciare l’allarme tra i democrat. Per la presidente del partito la sfida per la leadreship tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi rischia di spingere il segretario verso posizioni estremiste. «Temo ci sia un rafforzamento dell’identità dell’originario partito della sinistra italiana Pci-Pds-Ds», avverte la Bindi che ancora non ha sciolto la riserva per quanto riguarda una sua eventuale candidatura alle primarie. La nuova frontiera dello scontro tra le molte anime del Pd è il lavoro, i referendum presentati da Nichi Vendola e Antonio Di Pietro contro la riforma Fornero. Pier Luigi Bersani è preoccupato per l’effetto immediato che potrebbero avere nello scontro tra Cgil e governo, portando nuove lacerazioni a sinistra. «Forse ragiono alla vecchia maniera ma per me i referendum di Vendola e il progetto di Bersani fanno a pugni», scrive su twitter Marco Follini. «Voglio ricordare che l’ultima volta che abbiamo fatto un referendum la conseguenza è stata che si è messo mano all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cosa che viene utilizzata per tenere la Fiom fuori dalle fabbriche della Fiat», dice Stefano Fassina. Per il responsabile lavoro del Pd, dirigente molto vicino a Bersani, «un referendum sul lavoro può segnare una svolta populista e antidemocratica». Enrico Letta e Francesco Boccia invitano chi tra i democrat appoggia i referendum a votare direttamente per per Vendola ma l’ex segretario della Cgil, Sergio Cofferati, non ci sta. «Voglio confermare a Pierluigi che nonostante l’istigazione di Letta e Boccia il mio voto non gli mancherà», fa sapere Cofferati che con Vincenzo Vita sosterrà la battaglia referendaria. Pier Luigi Bersani promette lealtà al governo ma chiede uno sforzo di concretezza. «Vogliono che ci si concentri su una situazione seria perché vedere il pil che viaggia a -2,6 significa che la situazione è molto seria: siamo in una recessione che non conoscevano da molti anni», avverte il segretario da Mestre. Alla vigilia del tour di Matteo Renzi che partirà il 13 da Verona, Bersani cerca lo scatto d’orgoglio. «Il Pd è un partito senza padroni, con un segretario, ma senza padroni dentro e ancor meno fuori», premette. «Cerchiamo di volerci un po’ bene perchè massacrarci è il mestiere di altri», aggiunge. Al suo sfidante intanto manda a dire che alle primarie si parlerà d’Italia perché per parlare del partito ci sono i congressi. Quanto al presunto accordo su una legge elettorale modellata sul sistema proporzionale tedesco Bersani è netto. «Se qualcuno avesse in mente di andare a un sistema seccamente proporzionale in un situazione come quella italiana, cioè portando il Paese all’ingovernabilità, se la dovrà vedere con noi», dice il segretario Pd. Un avviso a chi, come Casini e forse Berlusconi, potrebbe avere dei vantaggi da un esito elettorale senza nessun vincitore conclamato. Ma Bersani ne ha anche, indirettamente, per Monti. Al Professore conferma la sua stima poi però precisa: «Sento qualcuno dire che la situazione migliora, non so che termometro ha per misurare la febbre». La corsa di Renzi è appena partita. Nel vertice del Pd registrano con preoccupazione il crescente appeal del sindaco rottamatore. I sondaggi riservati danno Bersani in testa, ma nella cerchia del segretario c’è chi teme che lo scarto con Renzi non sia poi così alto. Per questo la scelta di puntare sul doppio turno anche alle primarie. Bersani intercetterebbe probabilmente i voti andati a Nichi Vendola. Il professore Ignazio Marino però non è ancora convinto che le primarie ci saranno davvero. «Tra pochi mesi ci saranno le secondarie, ovvero le elezioni, in questi mesi l’obiettivo del Pd è quello di indicare con chiarezza le priorità del Pd. Avremo ancora una sanità e una scuola pubblica buona per tutti? I giovani avranno un lavoro? Sono queste le cose che interessano la gente reale, non il mondo delle chiacchere e dei candidati virtuali», dice Marino. Il professore non ha ancora scelto tra Renzi e Bersani. Lo farà quando si sfideranno sui programmi.