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Pescara, 26/03/2026
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Data: 12/09/2012
Testata giornalistica: Il Centro
«Il cementificio è un incubo, via da qui»

La storia di Marina che vive con la sua famiglia di fronte al sito industriale. La sua casa era lì prima dell’impianto

PESCARA «La mia vita segnata dall’incubo del cementificio, ma ora basta». Marina Scurti vive da vent’anni di fronte al colosso di via Raiale. Le finestre della sua casa si aprono sul muro di cinta del sito industriale, e sui balconi ogni mattina raccoglie polvere di cemento. Quella di Marina e della sua famiglia è una graziosa villetta immersa nel verde, ma nel tempo è diventata motivo di angoscia. La storia di Marina, insegnante di ginnastica, moglie e madre, è simile a quella di molti abitanti della zona che si sono ritrovati un impianto industriale con cui convivere, dal momento che non poteva più stare nel centro di Pescara. La villetta di Marina esisteva prima dell’arrivo su via Raiale della cementeria, 56 anni fa. «La casa in cui viviamo», racconta la donna, «era di proprietà di mio nonno ed era qui prima dell’arrivo del cementificio. Anzi, si trovava proprio dov’è ora l’industria: l’abitazione di allora ce la buttarono giù per costruire il cementificio, con l’accordo che ce l’avrebbero ricostruita pochi metri più in là. E così è stato. Erano gli anni ’50, non si parlava di inquinamento, e mio nonno era un contadino, una persona semplice che pensava solo a portare avanti la famiglia e non si rendeva conto dei rischi». Marina è nata in quella stessa casa dove anni dopo, alla soglia del matrimonio, è tornata a vivere. «Ero piccola quando mia madre decise di andare via: l’aria era irrespirabile e dal cielo cadeva cemento», spiega, «poi, appena sposata, le cose sembravano migliorate, la casa era libera e con mio marito abbiamo deciso di investire i nostri risparmi per rimetterla a nuovo e cominciare una vita insieme». Ma la fiaba non è durata a lungo. «Da subito è stato un tormento. Il tetto, i balconi, i giardini, tutto è sempre stato sporco. La notte qui non si riesce a dormire per i rumori, tremano porte e finestre. I fumi invadono tutto e le finestre devono essere chiuse anche d’estate». Allora la decisione di chiamare un esperto per verificare la situazione. «Il perito fece i rilievi e ci disse che il rumore non era sopportabile. Così decidemmo di far valere i nostri diritti in tribunale. La sentenza di primo grado ci ha riconosciuto una piccola parte di danno, circa 8mila euro; abbiamo fatto ricorso in appello e stiamo ancora aspettando. Sono passati 15 anni». Marina ha 46 anni, da venti vive su via Raiale con il marito e i due figli adolescenti. La loro è una storia di paura quotidiana. «La cementeria inquina a livello visivo e uditivo, e immette sostanze nocive nell’aria che respiriamo. Devono portare via questo colosso che incombe su casa mia e le cui polveri ricadono su tutta la città», dice, «finora gli amministratori ci hanno solo buttato fumo negli occhi, ma adesso il sindaco Albore Mascia ha preso una posizione che tutto il quartiere condivide, e deve andare fino in fondo. La salute dei cittadini è la prima cosa». Marina Scurti si riferisce alla decisione della giunta comunale di dire no alla richiesta della Sacci spa (proprietaria dell’industria) di rinnovo dell’autorizzazione all’esercizio. L’ultima parola sarà della conferenza regionale dei servizi, ma la posizione assunta dal Comune è storica. «Andremo fino in fondo», ha detto il sindaco, «se dovesse servire, anche di fronte al tribunale amministrativo». Ed è altrettanto motivata Marina. «Mio marito ha 50 anni», dice, «l’anno scorso ha avuto un ictus. Nel suo sangue hanno trovato un valore, quello di un amminoacido, l’omocisteina, molto alto: è il campanello d’allarme per le malattie cardiovascolari, e sembra innalzarsi soprattutto a causa dell’inquinamento atmosferico. Da quando ho saputo questa cosa, sono disperata». Nel quartiere si stanno organizzando assemblee popolari e punti d’incontro. La presenza del cementificio incombe sul quartiere e sull’intera città da molti anni, e l’esasperazione è tanta. La paura cresce dopo la richiesta della proprietà di poter bruciare materiale pericoloso. «Ci legheremo davanti al cancello se autorizzano la modifica, e non ci muoveremo da lì».

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