VERONA Lasciate che i vostri voti vengano a me. Come un novello «Messia», Matteo Renzi lancia dal palco dell’Auditorium della Gran Guardia, la sua sfida a Pier Luigi Bersani, ma soprattutto al Pdl. Il sindaco di Firenze parla da candidato premier, quasi che le primarie fossero poco più che una formalità da superare. In realtà c’è un nesso tra le due cose. Matteo sa che può vincere solo se un numero significativo di «non iscritti» si recheranno alle urne. Così si rivolge a tutti i cittadini. Anche a quelli che alle ultime elezioni hanno votato Silvio Berlusconi. E che sono delusi perché, al posto di meno tasse, un milione di posti di lavoro e federalismo, si ritrovano con «la pressione fiscale più alta d’Europa», «centralismo» e «disoccupazione». Sarà lui, assicura, a dargli finalmente ciò che desiderano. Dopotutto l’ambizione del sindaco di Firenze è quella di andare a Palazzo Chigi, e senza pescare nel campo avverso non si vince. «Non ho paura di chiedere i voti del centrodestra - spiega -. Di venirvi a prendere. Noi vogliamo vincere le elezioni». Si parte da Verona. Dove, su un palco dalla scenografia scarnissima, si presenta un Renzi in versione «bersaniana». Camicia bianca con maniche arrotolate, cravatta blu (domenica scorsa il segretario la indossava rossa) e un discorso scritto che viene letto attraverso due gobbi elettronici posti al lato del podio. Il passaggio è delicato, in molti gli rinfacciano l’assenza di contenuti, lui è pronto a rispondere con la sua «lista della spesa». Parte dal video che lo ha preceduto. Una sequenza di immagini per raccontare ciò che è accaduto dal 1987 a oggi. Due anni prima, nel 1985, il Verona di Osvaldo Bagnoli conquistava lo scudetto. Forse è anche questo uno dei motivi per cui Matteo è voluto partire da qui. Magari sperando che quel miracolo calcistico si ripeta alle primarie. Certo, Verona è anche la città in cui Dante cominciò a scrivere la Divina Commedia e dove lo raggiunse il «patto» proposto dal governo di Firenze: autoaccusarsi in cambio della possibilità di ritornare nella città natale. Disse no e Renzi cita quell’episodio come esempio della capacità di non scendere a compromessi. Proprio ciò che lui non vuole fare. Basta nascondersi, occorre «giocare in attacco» e imporre un’idea di futuro. Guardare avanti, ai prossimi 25 anni: «Noi non vogliamo solo sostituire una classe dirigente con un’altra, vogliamo cambiare il destino dei nostri figli». E possiamo farlo perché, aggiunge, «non veniamo dal pianeta delle chiacchiere». La sfida di Renzi è tutta qui: contrapporre l’Italia «vera» a un Pd che si occupa solo di dibattiti interni e alleanze. E un sindaco alla guida di un gruppo di sindaci può farlo. Così non resta che affondare. Prima un attacco a Nichi Vendola e alla foto scattata assieme agli altri leader della sinistra nel giorno della presentazione dei referendum sull’articolo 18 («rappresenta un modello culturale per cui la sinistra non governerà mai»). Poi parla di persone «vere»: Teresa, Carla, Fernando, il piccolo Niccolò, Silvano. E chiosa: «L’Italia delle correnti, delle coalizioni, delle foto, la lasciamo agli altri». Scherza sul fatto che «Adesso!» lo slogan scelto per la campagna, sia lo stesso usato da Dario Franceschini nel 2009 («proprio non ce lo ricordavamo»). Confessa «l’umiliazione di aver visto il suo partito, caduto il governo Berlusconi, costringere il Capo dello Stato a chiamare il supplente tecnico» (è uno dei passaggi più applauditi) e assicura: «Se si vince non cambieremo il partito, ma l’Italia». La sua ricetta è semplice: Europa, futuro, merito. Tre cardini di un programma che si perfezionerà nel tempo. Il finale è per la sua famiglia, la moglie Agnese, i tre figli tra cui Francesco, 11 anni, che tifa per Bersani («sono tranquillo, ha 11 anni, qualsiasi regola mettano non potrà votare»). È a lui che si rivolge, quando dice che la sfida intrapresa è perché possa dire, un giorno, che «suo padre non ha avuto paura». Renzi non ne ha. Nel Pd, da oggi, forse ne hanno un po’ di più.