Peculato, corruzione, abuso d’ufficio e persino violenza sessuale
Premessa necessaria: molte delle inchieste che coinvolgono gli amministratori delle Regioni sono ancora lontane dal vedere la conclusione. I protagonisti potrebbero anche uscirne senza condanne. Ma il quadro è ugualmente desolante. La metà delle Giunte sono finite sotto inchiesta. In alcuni casi, l’operato dei magistrati ha addirittura annullato l’esito delle elezioni, come in Abruzzo e in Sicilia, dove sotto il peso delle inchieste hanno dovuto lasciare lo scranno della presidenza Ottaviano Del Turco e Raffaele Lombardo. Lo spettro dei reati è molto ampio. Si va dalla «classica» corruzione all’abuso d’ufficio, dal peculato alla concussione e persino alla violenza sessuale, come per l’ormai ex vicepresidente della Regione Umbria Orfeo Goracci, arrestato lo scorso febbraio per un reato che avrebbe compiuto quando era sindaco di Gubbio. E se nelle ultime settimane è finito nel mirino soprattutto il centrodestra che guida Lombardia, Lazio e Campania, va fatto notare come i guai con la giustizia siano assolutamente trasversali, coinvolgendo anche le «rosse» Emilia Romagna, Umbria o Puglia. Caso particolare, poi, è la Sicilia, con un terzo dei parlamentari, 29 su 90, indagati. Una mole di accuse che fa sorgere più di una riflessione sull’effettiva efficacia della riforma del Titolo V della Costituzione che ha aumentato i poteri delle Regioni e, di conseguenza, i campi in cui praticare attività criminose. Mettendo un serio interrogativo anche sulla riforma federale voluta da Pdl e Lega.