La maggioranza conferma la fiducia ma è più forte l’ipotesi dimissioni. Le opposizioni lasciano. Casini freddo sul proseguimento della giunta
ROMA Che il destino della giunta Polverini fosse ormai legato a un filo lo si era capito sin da ieri mattina. Erano bastate le parole di Pier Ferdinando Casini, a commento di un’intervista rilasciata il giorno prima da Buttiglione, per allentare l’ancoraggio dell’esecutivo laziale. Il presidente dell’Udc aveva detto a Repubblica che i consiglieri del suo partito avrebbero dovuto dimettersi. «E’ un’opinione personale che coglie alla radice un malessere ha ammesso Casini c’è un disagio profondo, noi siamo stati l’unico partito a spiegare che il federalismo non avrebbe risolto i problemi, anzi, che rischiava di aggravarli».
Dal tono preoccupato del leader Udc si poteva già intuire che giornata sarebbe stata quella della governatrice. Una domenica particolare segnata da momenti di tensione per la sorte sempre più incerta della Pisana. Frecciate che arrivavano da direzioni opposte e contrarie ma soprattutto dai democrat. «La polemica del Pd mi fa scappare da ridere e da piangere ha osservato a questo proposito Casini si sono accorti ora che ci sono sprechi? Perché non lo hanno fatto quando hanno votato in ufficio di presidenza? Se noi vogliamo essere seri vediamo lo schifo e cerchiamo di porre rimedio, se poi vogliamo strumentalizzare ognuno fa quello che ritiene».
La governatrice, tallonata ovunque dai giornalisti, ha tentato di mantenere intatta la sua agenda. Parola d’ordine: normalizzare. Facile a dirsi non a farsi. E così che a metà pomeriggio ha preso parte come da programma a un convegno di chirurgia al quale era presente anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Polverini ha preferito evitare la stampa per non dover commentare il susseguirsi degli eventi. A un certo punto si è allontanata e ha dribblato i giornalisti infilando la rampa del garage anziché l’uscita laterale. Manovra di aggiramento che hanno lasciato sul terreno altri interrogativi sullo sviluppo delle vicende. Le agenzie di stampa avevano iniziato a rilanciare le prime dichiarazioni diffuse sul suo blog dal sindaco Alemanno. Un invito a dare «un messaggio chiaro al Paese». I politici devono essere «sottoposti a regole chiare da un punto di vista dei conti, dei soldi, della partecipazione, della democrazia interna, della selezione della classe dirigente». Da qui le conclusioni: «Serve un azzeramento totale del centrodestra». Parole che devono essere arrivate in tempo reale alla governatrice. Parole che suonavano come epilogo finale di una stagione nata nel segno dell’alternanza ma che potrebbe concludersi prematuramente. «Sono giorni molti amari per tutta la politica ha commentato ancora il sindaco di Roma, che nei giorni precedenti aveva incoraggiato la governatrice invitandolo ad andare avanti sulla strada dei tagli e in particolare per il centrodestra. Ci sono immagini bruttissime, titoli sui giornali, penso alle persone che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese».
Alemanno ha fatto poi il parallelo con Tangentopoli e ricordato quello che accadde nel ’92 «quando finì la prima Repubblica e scoppiò lo scandalo di mani pulite e tutta l’attenzione si concentrò su Craxi, cercando di individuare qualcuno che doveva pagare per tutti». Un’analisi che contrasta però con le conclusioni di rinnovare «la fiducia alla governatrice che ha fatto bene a restare perché è incolpevole».
Lo sciame sismico nel pomeriggio è continuato. La scossa più potente è arrivata quando la riunione del Pd si è conclusa con la decisione delle dimissioni «irrevocabili» di tutti i consiglieri. Quattordici firme con l’obiettivo dichiarato di arrivare allo scioglimento del Consiglio regionale. Inutile qualsiasi forma di accanimento terapeutico, importante non marcare la discontinuità con il «sistema-Fiorito». La decisione dei democrat non sarebbe stata tratta a cuor leggero ma alla fine ha prevalso la volontà di farsi da parte.
In totale i dimissionari sono 27 su 70. Per far cadere Polverini dovrebbe dimettersi la metà più uno dei consiglieri (36) e l’opposizione con tutti i gruppi che si sono detti disponibili a un passo indietro può arrivare massimo a 27 (ci sono, tra gli altri, Sel e Idv, in serata lascia anche Romanzi del Psi). Se anche l’Udc dovesse farsi da parte si arriverebbe a 35. «Altre sette uscite e il Consiglio cade», nota il democrat Montino.
Fin qui la contabilità. Ma la matematica mai come in questi casi è scienza assolutamente inesatta. In serata infatti il colpo di scena: Polverini si è recata a palazzo Chigi per incontrare il premier Monti. L’incontro è durato 40 minuti. Alla fine del colloquio, uscendo, ha dichiarato in un comunicato: «Ho chiesto al presidente del Consiglio, un breve incontro per informarlo della situazione che si è verificata in Regione; mi sembrava corretto farlo considerato che il Lazio è una realtà certamente non marginale sotto il profilo economico e istituzionale del nostro Paese. Il colloquio è stato cordiale come sempre e ringrazio il presidente per avermelo accordato».
Pochi istanti dopo, la dichiarazione diffusa dalla sua maggioranza per confermarle la volontà di andare avanti. Ma nel frattempo il leader dell’Udc Casini, rispondendo su Twitter al compagno di partito Savino Pezzotta, che gli chiedeva di staccare la spina per tornare al voto, aveva risposto, «correttezza impone che si decida con gli amici laziali. Pensando ai nostri elettori e all'Italia che vogliamo costruire».