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Data: 24/09/2012
Testata giornalistica: Il Tempo
Il caso Sallusti. Giusto l’intervento di Napolitano Pertini fece lo stesso per me

di Francesco Damato

Con i tempi che corrono, in verità non molto dissimili in materia di rapporti fra magistratura e stampa da quelli di una trentina d’anni fa, e forse anche di prima ancora, è già un affare che nessuno abbia avuto ancora nulla da eccepire, dalle parti delle toghe politicamente più impegnate e di quanti le fiancheggiano, contro l’annunciato interessamento del presidente della Repubblica al caso del direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Un interessamento tanto più lodevole se si considerano le critiche che da tempo Sallusti e il suo giornale riservano al capo dello Stato, per esempio rimproverandogli di avere tollerato l’abuso delle intercettazioni giudiziarie quando riguardavano l’allora presidente del Consiglio e di averle lamentate, anzi denunciate, «solo» quando hanno riguardato pure lui, finito sotto ascolto mentre parlava con il suo amico ed ex ministro democristiano dell’Interno Nicola Mancino. E con ciò pasticciando, sempre Sallusti e il suo giornale, con i ruoli di capo del governo e capo dello Stato. Il quale ultimo ha prerogative, come quella della «non responsabilità» nell’esercizio delle sue funzioni stabilita dall’articolo 90 della Costituzione, che non ha il presidente del Consiglio. Ma lasciamo andare. Al netto di questo sia pur increscioso errore di valutazione nelle polemiche che hanno investito ultimamemente Giorgio Napolitano nell’ambito delle indagini su Mancino e altri undici imputati sulle presunte trattative di una ventina d’anni fa tra lo Stato e la mafia impegnata nelle stragi, Sallusti ha ragioni da vendere contro il trattamento che gli è stato sinora riservato dalla magistratura. Un trattamento che potrebbe costargli già mercoledì prossimo la libertà se la Corte di Cassazione dovesse confermargli la condanna a un anno e tre mesi di reclusione inflittagli dalla Corte d’Appello per avere lui pubblicato negli anni scorsi, quando era direttore responsabile di Libero, un articolo, peraltro non suo, critico nei riguardi di un giudice che aveva autorizzato l’aborto di una tredicenne. Una condanna che in primo grado, impugnata dal giudice che evidentemente voleva anche la galera, era stata solo di natura pecuniaria per i danni che riteneva di avere subìto con le critiche giornalistiche. Tutto questo - condanna in primo grado, impugnazione, condanna più grave in secondo grado, con pena detentiva, ed eventuale conferma in Cassazione, al netto pure degli errori più o meno tecnici che può avere compiuto la difesa dell’imputato - potrebbe anche risultare legittimo, cioè conforme alle leggi in vigore. Ma è ugualmente incivile. Ripeto: incivile. E le leggi che lo consentono sono ancora più incivili. E più incivili ancora, mi permetto di aggiungere, quei magistrati che, pur così pronti a mitigarne gli aspetti o effetti obbiettivamente assurdi con la loro discrezionalità applicativa, quando lo vogliono, dovessero questa volta arroccarsi, magari solo perché l’imputato è un giornalista, e di punta in una certa area, e la parte lesa un loro collega. Di fronte al rischio di un fatto del genere il presidente della Repubblica ha compiuto un gesto non solo di sensibilità umana ma anche di coraggio istituzionale e politico - vista la odiosa rappresentazione che se ne tenta da qualche tempo di prevaricatore, o quasi, nei riguardi del potere giudiziario - facendo annunciare il suo interessamento. Sia che esso sottintenda la sua disponibilità a concedere la grazia nel caso di una conferma della condanna detentiva di Sallusti, sia ch’esso sottintenda un’azione di persuasione presso i competenti uffici giudiziari, anche nella sua veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per risparmiare loro qualcosa di più, e di peggio, di un errore. Peraltro, in entrambi i casi egli ripeterebbe, con l’aggiunta di una lodevole trasparenza, e una dose quindi suppletiva di coraggio anche per questo, ciò che qualche suo predecessore, proprio in materia di rapporti fra magistratura e stampa, ebbe l’occasione e la voglia di fare almeno negli anni ottanta. Come posso personalmente testimoniare. Anzi, come posso personalmente rivelare sfidando i soliti malintenzionati o cretini, o entrambi, a gridare allo scandalo. E magari anche a tentare qualche ritorsione, a questo punto veramente stupida. Nelle prime settimane del lontano, ma non lontanissimo 1985 una banale pratica di passaporto, legata a motivi di lavoro a La Nazione, il cui direttore mi voleva mandare negli Stati Uniti al seguito dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, mi fece scoprire di essere sul punto di venire arrestato. Un pubblico ministero di Roma aveva espresso parere contrario al rinnovo, poi trasformato in un permesso di uno o due mesi, non ricordo bene, per via di impellenti iniziative «istruttorie» a mio carico. Ciò perché due anni prima, nel mese di maggio del 1983, sempre lavorando a La Nazione, dove ero approdato dal Giornale di Indro Montanelli, ero incorso in una clamorosa indagine giudiziaria per avere pubblicato una relazione sui collegamenti internazionali del terrorismo. Essa era stata preparata dai servizi segreti e trasmessa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri alla commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro. Una relazione che portava su ogni pagina il timbro «Riservatissimo», ma che mi risultava avesse perduto quella classifica, o non l’avesse mantenuta nella lettera di trasmissione, vistane la destinazione a una commissione di alcune decine di deputati e senatori, di ogni gruppo e schieramento, di maggioranza e di opposizione. E su cui il governo, allora presieduto da Amintore Fanfani, si aspettava che i parlamentari volessero discutere in vista delle conclusioni dei loro lavori, imminenti come la fine anticipata della legislatura. Ma i parlamentari del Pci chiesero e ottennero dal presidente della commissione che il documento rimanesse chiuso in cassaforte, e quindi non discusso, temendone effetti negativi per il loro partito nella ormai imminente campagna elettorale, dato che risultavano confermati collegamenti, sino ad allora negati o minimizzati dai comunisti, fra le brigate rosse e i paesi dell’allora blocco sovietico. Perciò la pubblicazione del rapporto provocò un putiferio politico e giornalistico, sfociato nell’apertura di una inchiesta giudiziaria perché l’argomento del dibattito non fosse più il contenuto del documento ma la fonte che me lo aveva procurato. E che io, tra perquisizioni, sequestri, a casa e in redazione, e interrogatori indicai come anonima. Finii anche in qualche comizio, difeso per esempio a Firenze dal segretario del Psi Bettino Craxi, che reclamava appunto il dovere di discutere sul contenuto e non sulla provenienza del rapporto, visto anche che il presidente della Repubblica in persona, Sandro Pertini, aveva più o meno esplicitamente denunciato l’interesse di qualche paese dell’est europeo a destabilizzare con il terrorismo una frontiera dell’Alleanza Atlantica come l’Italia. Dopo un’apertura, diciamo così, bruciante l’indagine della Procura di Roma era scomparsa dall’orizzonte informativo. Pensai ingenuamente all’archiviazione, anche perché alla fine della legislatura era seguita, nei primi mesi della nuova e nell’anno successivo, la pubblicazione degli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro e sul terrorismo, fatti di una relazione di maggioranza e di più relazioni di minoranza. Fra queste ultime ce n’era una del Movimento Sociale che conteneva negli allegati proprio quel rapporto che tanto rumore aveva fatto e tante noie mi aveva procurato. Grande pertanto fu il mio sgomento quando mi accorsi, nel 1985, che l’inchiesta si era ugualmente aggravata. E quando il mio avvocato in persona, Adolfo Gatti, confermando i sospetti procuratimi dalla pratica del passaporto, mi confermò un arresto imminente sotto l’accusa di divulgazione di segreto di Stato. E mi invitò a scegliere fra l’attesa passiva degli eventi e una fuga in Francia. Io scelsi un’altra strada, Andai in redazione e scrissi un articolo sotto forma di lettera aperta a Pertini, il cui mandato presidenziale era arrivato agli utimi mesi, un po’ come quello di Napolitano ai tempi nostri. Spiegai ben bene come stessero le cose e chiesi al presidente se ritenesse giusto ciò che mi stava accadendo. Dopo due giorni, di sera, controllato o non che fosse il mio telefono, Pertini in persona mi chiamò a casa per dirmi, invitandomi tuttavia alla massima discrezione, che violo soltanto adesso, di avere fatto i suoi «passi» e di potermi assicurare che non sarei finito in galera. E lui - concluse - si sarebbe risparmiato di «vergognarsi di essere il presidente di questa Repubblica». Finii in effetti, dopo una settimana, agli arresti soltanto domiciliari, a seguito di un interrogatorio che non so francamente se fu più imbarazzante per me o per il giudice istruttore - si chiamava così - dal quale mi accompagnò l’avvocato. La detenzione domiciliare, a causa di difficoltà di ogni tipo frapposte dal pubblico ministero, durò sette giorni, anziché i due o tre che mi erano stati preannunciati. Ma dovetti aspettare ancora un anno, in libertà «provvisoria», come si chiamava allora, per vedermi assolto, senza rinvio a giudizio, perché «il fatto non sussiste». A Pertini nel frattempo era subentrato al Quirinale Francesco Cossiga. Che da presidente del Senato mi aveva telefonato durante la settimana di arresti domiciliari esordendo così. «France’, un attimo. Ho un messaggio per chi ci sta intercettando. Faccio questa chiamata con il consenso esplicito del capo della Procura di Roma. Che è ancora più dispiaciuto di me di quello che ti è accaduto». Di Cossiga, la sera dopo la sua elezione a capo dello Stato, avvenuta il 25 giugno 1985, ritenevo di stare ricevendo una lettera di ringraziamento, delle sue, per il commento che gli avevo dedicato quel giorno. Invece i Carabinieri che bussarono alla mia porta volevano solo assicurarsi che il sottoscritto «detenuto» fosse a casa. Nessuno aveva avvertito i loro uffici, e superiori, che la mia detenzione era finita il 2 aprile. Ah, la nostra giustizia. Di ieri e, temo, anche di oggi.


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