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Data: 25/09/2012
Testata giornalistica: Il Tempo
Pdl ridotto in Polverini. Si va alle elezioni anticipate per la Regione, ma il terremoto è nazionale di Mario Sechi

La politica non è una scienza esatta, ma alla fine i conti tornano sempre, perché al di là delle singole vicende, dei grandi e piccoli caratteri che la animano, esiste un plot, una trama, una storia che si fa (e disfa) sotto gli occhi dei protagonisti inconsapevoli di questa commedia umana. Per questo ciò che sfugge agli attori, i politici, appare invece chiaro a chi osserva con professionale distacco quel che accade. Quando nel botta e risposta di qualche giorno fa tra il sottoscritto e Renata Polverini ho sottolineato che eravamo di fronte a «una storia Giunta al termine», qualcuno mi ha detto che giocavo ad anticipare i tempi e che, per quanto difficile, la situazione alla Regione Lazio potesse essere ricomposta. È la classica reazione di chi non prende atto che la politica crea dinamiche che a un certo punto sfuggono alla volontà degli uomini. Così è stato per la crisi aperta dentro il gruppo del Pdl alla Pisana, la sua tracimazione sulla Giunta e l’epilogo drammatico con l’uscita di scena della presidente con la clava in mano. Renata Polverini ha fatto quello che in Italia non fa nessuno: si è dimessa. E così ha riconquistato l’onore che rischiava, seriamente, di perdere in una sanguinosa e inutile guerra d’attrito tra le fazioni del Pdl. Berlusconi e Alfano le hanno chiesto di portare la croce, ma senza mettere sul tavolo un rilancio politico alternativo alla trincea. Nessuno, nemmeno un carattere forte come quello della Polverini, poteva resistere in quelle condizioni. Quando si apre una faida, entra in vigore la legge della giungla. E un politico ha due sole strade possibili: o accetta la legge della giungla o lascia che siano gli altri a scannarsi. Polverini ha scelto la seconda opzione. E ha fatto bene. Perché non c’era alcun disegno politico per cui valesse la pena combattere, ferirsi e rischiare di perire. La crisi della Regione Lazio è il picco sismografico - e non sarà l’ultimo, potete starne certi - di un terremoto che scatenerà il suo massimo di energia alle elezioni del 2013. Nella faglia ci sono tutti i partiti che escono dalla Seconda Repubblica. Compreso il Pd, che si illude di stare al sicuro, ma che in realtà i soldi della Regione li ha anch’esso incassati e spesi e ha (ri)cominciato a dilaniarsi nelle sue irrisolte contraddizioni. Al centro della bufera, c’è il partito di Berlusconi, sparito dai radar della politica e incapace di risollevarsi perché è un aereo con un pilota e un equipaggio che hanno piani di volo vecchi. La reazione allo scandalo dei fondi della Regione Lazio è stata quella di una formazione che pensa e ragiona ancora come se il berlusconismo fosse un trionfante fenomeno di massa e non invece una storia che sta emettendo i suoi ultimi bagliori e ha bisogno di una nuova trama e altri protagonisti. Un partito politico è come il campo di un buon contadino: va dissodato, arato, concimato, innaffiato e seminato. Quel che non si fa in un Pdl che rischia di diventare un deserto. È un’entità chiusa che sta allontanando le energie positive, compresse e umiliate. La ricetta è una sola: primarie, partecipazione, merito. Nell’attesa di un cuoco, in cucina preparano un pasto rancido. La situazione politica sta prendendo esattamente la traiettoria che descriviamo da mesi: è in picchiata. Il governo tecnico per i partiti era la straordinaria e irripetibile occasione per rinnovarsi, fare le riforme e presentarsi alle elezioni in maniera dignitosa. Tutto tempo perso. A quasi un anno dall’ingresso di Monti a Palazzo Chigi, niente è cambiato. Continuano ad essere dei club dove si coopta e nomina, luoghi dove la parola competizione fa paura. Faranno una traversata nel deserto. Senz’acqua.


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