Polverini ha giocato sul superamento delle dicotomie ideologiche anche se poi la sponsorizzazione berlusconiana è finita per diventare soverchiante, ha cercato di viversi e di essere rappresentata come un’aliena portatrice di concretezza e insieme di emozioni. E questa sua diversità, difficile da mantenere e facile bersaglio di finti eroi omerici, di proci, di razze ciociare, di carte di credito che schizzano e fanno male, è la stessa che in questi giorni politicamente drammatici l’ha portata, con i collaboratori dello staff e con le persone di cui si fida, a continui sfoghi del tipo: «Un politico normale non avrebbe reagito come me. Loro sono abituati alle batoste. Le incassano, e si riparte. Io invece ci sto male». Era proprio forte Renata quando imboccò Bossi porgendogli una forchettata di rigatoni alla amatriciana e con quel gesto plateale («Umbe’, dillo forte quanto te piace!» e quello disse di sì mentre gli colava il sugo sulla giacca) smontò anni di retorica celodurista-nordista e sancì la resa del lumbard alla potenza storico-culturale di Romacapoccia. Era forte, ma anche debole, quando esplose nel famoso discorso - poi detto della «zecca» - a Genzano il 26 maggio 2011. Bersagliata dalle grida e dalle minacce di alcuni contestatori di sinistra in piazza, gridò a uno di loro: «E che me faccio mette’ paura da una zecca come te?». E a un altro: «Con me caschi male. So’ de strada come te». La folla la osannò e il comizio si chiuse tra gli abbracci. Un’altra volta, in terra di Ciociaria dove Batman già spopolava, la contestazione arrivò da destra. A Sora accusò il Pdl e il partito storaciano di essere corresponsabili del gigantesco passivo regionale accumulato a partire dal 2000, la fischiano e lei: «Non foderatevi gli occhi di prosciutto». Storace non la prese bene e disse di Renata: «Ognuno è libero di dire le sciocchezze che vuole». E ovviamente anche di fare le scelte che crede. Come quella, che forse alla lunga le è risultata politicamente fatale, di portare in Regione le persone di cui si fidava, ovvero quelle del suo sindacato Ugl. «Il problema - secondo Claudio Velardi, ex spin doctor dalemiano che inventò la campagna trasversale e vittoriosa di Renata for president - è che questo gruppo è stato fino alla fine estraneo a tutto ciò che accadeva nella Regione e che quindi non ha capito e non ha visto».
In parte può essere andata così e in parte la complessità della gestione della cosa pubblica laziale - dove comunque Polverini ha dimezzato il debito nella sanità - in presenza di gruppi famelici ha finito per rivelarsi un «mostro» impossibile da battere con la forza di una politica benintenzionata. Ha sottovalutato i suoi avversari e la vischiosità del sistema de’ noantri Renata Polverini? La cronaca di queste ore dice questo. Racconta l’inesperienza della ex segretaria di un sindacato semi-sconosciuto - che aderì però a cinque scioperi generali contro il penultimo governo Berlusconi e affascinato da tanta fermezza Walter Veltroni propose a Polverini di candidarsi nelle file del Pd - la quale si propose nel pieno della sua visibilità, vinse come volto nuovo della politica e per un periodo si accreditò come possibile leader del centrodestra post-berlusconiano. Prima di restare incastrata nella guerra tra il Cavaliere e Fini, scegliendo di stare dalla parte del primo e non del secondo che pure l’aveva lanciata.
La cronaca di queste ore narra a ritroso questa storia ma descrive anche il contrappasso tra il tramonto di adesso e i giorni dell’euforia. Quando, poco prima del voto del 2010, la sua popolarità schizzò alle stelle perché Renata si fece fotografare allo stadio Olimpico, tra i tifosi della Lazio in curva nord, di fianco all’allora attaccante biancazzurro Mauro Zarate. Niente di male, se non ci fosse quello scatto che la immortala con il braccio teso intenta nel saluto romano. Alimentando tra l’altro le voci che la danno romanista da sempre, anche se l’ufficio stampa ha smentito sue simpatie calcistiche (non vale il fatto che l’ex medico della Roma sia il capogruppo della Lista Polverini) e lei ha detto che quel saluto era soltanto un semplice saluto. E comunque, peripezia per peripezia, ha anche cantato «Bella ciao» alla radio, s’è imbarcata su un elicottero per raggiungere Rieti «cuore piccante d’Italia» e prima dell’abito bianco del candore sfoggiato l’altro giorno nella sua requisitoria alla Pisana indossò quello rosso fuego del suo compleanno (Polverini è classe ’62) all’Open Colonna: 250 invitati, giunta, prefetto, questore, ministri, Franco Califano al microfono, installazioni, palloncini, raggi di luce che nella notte proiettavano «50» (gli anni della governatrice) fin sopra i pini dei giardini del Quirinale.
Renata la smodata? L’accusa le è arrivata quando ha fatto avere i vitalizi agli assessori esterni della sua giunta. Ma la sua replica è che quei magnifici 14 sarebbero subito dopo passati, come tutti i lavoratori, al metodo contributivo nella pensione. Il piano casa è stato contestato. I tagli alla sanità anche (ma il passivo è sceso da un miliardo e mezzo a 750 milioni). La sua passione per le case (ne ha troppe?) pure. E così il suo tentativo autonomista, chiamato Città Nuove, ovvero una maniera per smarcarsi dalla rissosa palude del centrodestra laziale e presentarsi sotto insegne proprie alle ultime amministrative. Dove il movimento polveriniano è arrivato anche al 7 per cento, a Frosinone. Lì dove, nella campagna per le regionali del 2010, aveva conosciuto Batman e subito gli era parso strano: «Dev’essere proprio ricco questo qui», pensò. Ma mai avrebbe immaginato che le future ostriche di Francone avrebbero fatto male più a lei che a lui. Il quale infatti, mentre Renata sprofonda nella sua sconfitta e chiede scusa pur essendo incolpevole per i 140 milioni l’anno bruciati dal consiglio regionale di Mario Abbruzzese e degli altri, ieri ha proclamato con tono da federale di Anagni: «Io mi ricandiderò!». Lei invece, quando era candidata contro Emma Bonino per il Lazio, seppe pescare anche a sinistra o almeno in quella sinistra che vedeva in un personaggio proveniente dal mondo sindacale una cultura economico-sociale molto più consona alle proprie convinzioni rispetto alla visione liberista e americaneggiante di Emma Bonino che in quella occasione fu la sua competitor. E «il Pd allora perdette di proposito le elezioni regionali - avrebbe rivelato nel novembre 2011 un’ex direttrice dell’Unità - per favorire Polverini e danneggiare Bonino». Il che è improbabile, ma spiega il clima che si respirava in quel frangente e la forza d’attrazione della pasionaria dell’Ugl che il 30 marzo 2010 s’impose sulla leader radicale con il 51,14 per cento contro il 48,32 dei consensi.
Quello fu l’inizio (e prima c’era stata l’esclusione della lista del Pdl a causa del panino di Milioni). Questo è l’epilogo. Lungo il quale le sporcizie e i festini della suburra della destra - un clic ha immortalato anche lei alla festa omerica di De Romanis dove Polverini è stata appena qualche minuto - l’hanno stupita e addolorata. E quel grido «adesso facciamoci ’na birretta!», che lanciò appena è diventata governatrice e s’attaccò alla bottiglia da verace donna di popolo, appare in questi istanti un’immagine ingiallita dalla malinconia e dal sapore amaro dell’occasione perduta.