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Pescara, 26/03/2026
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Data: 26/09/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Berlusconi: tutti responsabili adesso basta soldi ai partiti

Alfano al Pd: non ricandidiamo i consiglieri uscenti

ROMA - Forse per la prima volta da quando è in politica, Silvio Berlusconi arriva in treno a Roma da Milano per una sorta di timida replica dei trascorsi bagni di folla dopo la bufera del Laziogate. «Non siamo un partito allo sbaraglio», anticipa ai cronisti in attesa ai binari e poi diffonde una nota con la sua analisi dei recenti scandali: «Tutti i gruppi del Consiglio regionale erano corresponsabili, di maggioranza e opposizione. Nessuno può chiamarsi fuori». Distribuite le colpe a pioggia, ma salvando Renata Polverini - «apprezzo che, pur non avendo compiuto nulla di immorale né di illegittimo, con le sue dimissioni consente un cambiamento» - l’ex premier afferma che «ora è necessario intervenire con estrema decisione, con coraggio e severità perché la politica in Italia rischia di morire nel discredito in conseguenza di comportamenti collettivi e individuali intollerabili». Il rimedio che il Cavaliere mette in cima alla sua terapia per la moribonda politica italiana è quello di una rigorosissima dieta: «Bisogna abrogare il sistema di finanziamento di gruppi e partiti così come l’abbiamo conosciuto. Si sono fatti - osserva - dei passi in questa direzione, a livello centrale, ma non basta. Le finanze pubbliche regionali e locali - spiega Berlusconi - devono subire un esame senza indulgenze, e si deve procedere all’abrogazione di ogni erogazione impropria e alla messa in opera di controlli indipendenti che nessuna norma legislativa a tutela della indipendenza delle istituzioni può ostacolare. L’autonomia della politica - conclude la nota del leader pdl - è una cosa seria, non la si difende consentendo comportamenti indecenti».
Di fronte al discredito montante, cerca di correre ai ripari anche Angelino Alfano. Il segretario convoca un’assemblea dei capigruppo regionali pdl di tutta Italia e dei loro vice, tra i quali malauguratamente c’è anche Carlo De Romanis, l’organizzatore della celebre festa cochon, che viene invitato, non si sa quanto cortesemente, a lasciare la sala. Poi, nella conferenza stampa al termine della riunione, Alfano lancia la sua idea moralizzatrice, proponendo «al Pd e agli altri partiti il patto di non ricandidare i consiglieri uscenti della Pisana». Erige una barricata contro Batman-Fiorito: «Fino a quando io sarò segretario, lui non sarà candidato» ed esalta «l’innocenza» della Polverini: «Giustamente ha ritenuto di doversi dimettere perché quel Consiglio le avrebbe impedito di realizzare le riforme». Il segretario azzurro, però intende distinguere la situazione del Lazio da quella della Lombardia: «Formigoni non ha nessuna ragione per dimettersi. Le due vicende - dice - non hanno nulla in comune e ricordo che Formigoni è stato assolto 12 volte da tribunali della Repubblica». Affermato, infine, che la vicenda della Pisana «non inciderà per nulla nella decisione di Berlusconi di candidarsi o meno», Alfano laconicamente conclude che la corruzione non dipende dal sistema elettorale con cui vengono scelti i rappresentanti del popolo: «Se uno è ladro ruba con qualsiasi legge elettorale». Tuttavia, per l’immediato futuro, il segretario del Pdl lancia la proposta di una assemblea straordinaria per il «rinascimento azzurro». Delle assise, cioè, «in cui decidere le regole per la scelta dei candidati e per evitare altri casi Fiorito».
Qualche idea in proposito la sforna anche Berlusconi che, in un’intervista all’Huffington Post, osserva che per rinnovare la politica «non basta essere giovani, ma anche capaci» e la cosa da evitare soprattutto «è il professionismo della politica». Un vecchio pallino del Cavaliere questo dei professionisti della politica, che si attaglia a misura dei protagonisti dello scenario che Berlusconi vorrebbe supremamente scongiurare all’Italia, e cioè che «finisca in mano a soggetti che in comune non hanno proprio nulla: cosa mai potrà accadere al nostro Paese - si chiede allarmato il Cavaliere - governato da un’armata Brancaleone che comprende Vendola e Casini, Bersani, la Bindi e Di Pietro?». Per il momento, l’ex premier sembra consolarsi con la presenza del suo successore a palazzo Chigi, riconoscendo - non si sa con quanta soddisfazione di una consistente parte del suo partito - che «il professor Monti, sulla carta, era il miglior presidente del Consiglio per un governo d’emergenza che avesse l’appoggio di maggioranza e opposizione per fronteggiare al meglio la crisi». E osservando addirittura che, da parte di Monti, «non sarebbe un errore ricandidarsi», a patto, naturalmente, di «volerlo fare».

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