PESCARA Il tempo medica molte ferite, ma non cancella i segni. Che sono lì, intatti, dopo quarant’anni. Simbolo di un patto mai stretto. L’Aquila e Pescara continuano a specchiarsi l’una nell’altra con la stessa diffidenza, come se il terremoto non fosse passato e fossero rimasti, invece, i moti. Quelli che misero a ferro e fuoco un accordo di potere. Anno domini 1971, la Regione Abruzzo attraverso lo statuto doveva creare un assetto da cui partire per uno sviluppo equo del territorio. Il senno del poi dichiarerà la missione abortita. Fin dall’inizio, fin da quando cioè la carta costituente divenne la miccia di quella che sarà ricordata come la «guerra del capoluogo». L’Aquila rivendicava la sua centralità storica e culturale, il suo essere stata, sempre, città; Pescara rispondeva con la sua capacità economica, l’istinto nell’attrarre innovazione. La politica si mise nel mezzo a fare la conta. La prima bozza di statuto era pronta già nel novembre del 1970 e dietro la cortina dei problemi tecnici si agitava la trattativa sul capoluogo. Fiera battaglia di principio attraversata da un sano realismo economico. Gli uffici regionali, all’epoca, erano ricchezza vera, in termini di occupazione e di indotto, oltre che di potere. Il tira e molla durò quattro mesi innescando una tensione che, nonostante la contemporaneità dei moti calabresi, fu sottovalutata. L’accordo finale da chi lo aveva trattato, cioè dai consiglieri regionali e dai partiti che li sostenevano, non era considerato scandaloso: L’Aquila capoluogo, riunioni di Consiglio e Giunta a L’Aquila o a Pescara e suddivisione tra le due città degli assessorati, assecondando in teoria le vocazioni del territorio. Approvato alla quasi unanimità, con il solo voto contrario dell’esponente dell’Msi aquilano. Era il 26 febbraio 1971, una di quelle notti gelide che solo L’Aquila sa regalare. Un principio di assedio aveva costretto i consiglieri a trasferirsi dalla sede della Regione nei locali della Prefettura. Non bastò, il diversivo. I risultati del voto, la mano alzata anche dai rappresentanti aquilani in favore di quell’accordo furono considerati il tradimento più grande. Una scelleratezza. Il centro della città si trasformò in un’unica grande barricata: venne dato fuoco alle sedi dei partiti, dal Pci e della Dc, pagò cara la sua scelta Luciano Fabiani, politico di primo piano, che si trovò con la casa letteralmente devastata. L’ultimo affronto, per gli aquilani, fu l’arrivo della Celere: il sottosegretario agli Interni era l’onorevole Nello Mariani, che per quel gesto estremo non fu mai perdonato. Da osservatore esterno, quei giorni incredibili Claudio Petruccioli li ha raccontati in un libro: lui che era stato catapultato a fare il segretario regionale del Pci in Abruzzo, proprio nel momento più delicato. Un anno fa il consigliere regionale Giorgio De Matteis ha tentato la pacificazione formale tra le due città, ma anche questa è stata una missione abortita. La speranza è che di una pagina di storia almeno rimanga la lezione. Da non ripetere mai.
«Az» e «Su» Le battaglie per ottenere l’autonomia
AVEZZANOAltri tempi gli anni Ottanta! Quando per ottenere una Provincia in un attimo si mobilitavano le masse, mentre oggi per eliminarne appena un paio non bastano giorni, settimane, mesi, tavoli su tavoli e riunioni à go go. Un dibattito che, peraltro, resta confinato nella stanza dei bottoni senza incidere minimamente sullo scorrere lento della quotidianità dell’abruzzese medio, alle prese con problemi ben più impellenti. Allora no. La voglia di autonomia era forte, vera e fondata su principi condivisi dalla stragrande maggioranza degli abitanti dei territori interessati. L’epopea di Az nacque così, sulle ali di un entusiasmo popolare mai più ritrovato nel corso degli anni. Una spinta ideale che mosse anche i «cugini» di Sulmona e che, come spesso accade, alla fine vide sconfitte entrambe le proposte. E risuona azzeccato il vecchio detto «quando ci sono troppi galli a cantare, non si fa mai giorno». Avezzano riscoprì il suo desiderio di autodeterminazione nel 1986, allorché il sindaco Sergio Cataldi,paladino della lotta targata Az, avviò e portò a termine in poco tempo la raccolta di cinquantamila firme per chiedere l’istituzione della Provincia della Marsica. Petizione che fu consegnata nelle mani della presidente della Camera Nilde Iotti in una giornata memorabile. Ma appena qualche anno dopo il sogno svanì. La Regione, chiamata ad esprimere un parere, disse «sì» sia alla Marsica che alla Valle Peligna, decretando di fatto la fine delle aspirazioni per entrambe. «Ricordo bene quella seduta del Consiglio regionale nel 1989 - racconta l’allora sindaco di Avezzano Eleuterio Simonelli - Ho impresse nella memoria le facce imbarazzate di quanti votarono la risoluzione, scegliendo di non scegliere. Una decisione che ci tagliò le gambe. Noi primi cittadini gettammo le fasce in segno di protesta. Le fiaccolate, la mega manifestazione di Pescara, gli sforzi compiuti per l’autonomia della Marsica, quell’irripetibile unità di intenti al di là degli schieramenti politici, tutto venne vanificato in un istante». Era chiaro che una regione come l’Abruzzo non si sarebbe mai potuta permettere sei Province e quindi promuovere le istanze sia di Avezzano che di Sulmona significava un nulla di fatto. Al fischio finale di una partita disputata con grinta e correttezza, solo uno 0-0 che non sarebbe servito a nessuno. Altri tentativi seguirono grazie alle iniziative dei parlamentari Margutti, Conti, De Laurentiis, ma il treno ormai era passato. Oggi che le Province si tagliano nell’indifferenza generale, quanto sembrano lontani quei tempi eroici...