Il processo contro i sette componenti della commissione Grandi Rischi va avanti a tappe forzate visto che, come è noto, il giudice Marco Billi lo vuole chiudere entro ottobre. Per questa ragione già lunedì prossimo ci sarà una nuova udienza riservata alle parti civili. Gli avvocati che tutelano i diritti dei familiari delle vittime cercheranno di supportare le argomentazioni della Procura cercando di trovare motivazioni alternative a quelle che sono state già chiarite dalla pubblica accusa. Lunedì prossimo sarà la volta dell’avvocato Giulia Bongiorno (foto), che difende gli interessi della famiglia Cora, ma sono previsti pure gli interventi dell’avvocato Attilio Cecchini che dopo 7 mesi dal grave incidente stradale tornerà a discutere in aula, e dei legali Wania Della Vigna e Angelo Colagrande. Sono poi state fissate altre udienze in tempi molto ristretti. Un lavoro molto impegnativo visto che sono impegnati una ventina di avvocati. Inoltre si prevedono lunghe le arringhe dei difensori degli imputati di omicidio colposo.
L’AQUILA La Protezione civile e di conseguenza la commissione Grandi Rischi, che ne è organo consultivo oltre che propositivo, erano in possesso di uno studio, poi rivelatosi drammaticamente esatto, che prevedeva le conseguenze di un terremoto all’Aquila come quello che si verificò il 6 aprile 2009. È uno degli aspetti che risalta dalla documentazione con la requisitoria della Procura consegnata agli avvocati interessati al processo ai sette componenti della commissione Grandi Rischi per i quali è stata chiesta la condanna a 4 anni ciascuno. Un aspetto che denota come, a detta dell’accusa, tanti aspetti concernenti la tragedia aquilana siano stati ignorati sotto l’aspetto della mitigazione delle conseguenze di una catastrofe. La stima si basa sul sistema informativo di previsione, il Sige, ovvero Sistema informativo per la gesione delle emergenze, il cui funzionamento è stato spiegato dal dirigente della Protezione civile Franco Sabetta al pm Fabio Picuti. «Per quanto riguarda il terremoto dell’Aquila», scrive Picuti nella sua relazione, «i dati nella disponibilità del Sige con l’analisi delle caratteristiche di sismicità del territorio, la qualità del patrimonio edilizio, la vulnerabilità delle costruzioni e la densità abitativa, erano così precisi che dopo mezzora dalla scossa del 6 aprile la Protezione civile aveva a disposizione uno scenario del danno con stime del tutto prossime a quelle verificatesi in concreto. Infatti questi dati vennero presentati in un convegno tenuto a Napoli a maggio 2009 proprio per dimostrare la credibilità del Sige sia in tema di vittime che in termini di senzatetto che in termini di abitazioni danneggiate. Ciò dimostra la completezza e l’attendibilità dei dati relativi alla pericolosità della zona che gli imputati avevano a disposizione nella riunione del 31 marzo 2009. Di questo, però, non vi è traccia nelle parole degli imputati e negli argomenti affrontati nella riunione». L’avere ignorato questo dato, insieme ad altri, secondo la Procura, denota, magari solo per scarsa consapevolezza dei doveri, che gli imputati non sono stati in grado di comprendere e utilizzare tutti i dati a disposizione per la valutazione e previsione del rischio e non sono stati capac di orientare l’interpretazione nella direzione della prevenzione e della corretta informazione. «Ciò che si rimprovera agli imputati», dice Picuti, «non è la mancata previsione del terremoto o la mancata promulgazione dello stato di allarme ma una corretta valutazione degli indicatori di rischio». In riferimento a questo aspetto dell’atto di accusa va ricordato un curioso episodio raccontato da Picuti in udienza parlando di un documento sottoscritto da 4mila studiosi nel quale si contestava alla Procura aquilana di voler processare la scienza forse senza avere letto il capo di accusa. «Mi rivolsi al compianto procuratore Alfredo Rossini», ha detto, «per capire cosa dovessimo fare. «A Fabbiè», gli disse l’anziano magistrato con un lieve accento romano, «vai avanti questi ce stanno a prova’». Tornando agli atti, viene chiarito il motivo per il quale non sono stati indagati altri partecipanti alla commissione che pure fecero affermazioni rassicuranti come gli amministratori comunali e regionali e altri soggetti comunque interessati. «Essi», si legge nella relazione di 500 pagine, «guidati dagli imputati, ne avevano raccolto solo i giudizi divulgandoli, poi, con le medesime parole udite nel corso della riunione». Nella riunione, stando agli atti, ci fu una gaffe dell’imputato Enzo Boschi il quale, forse per distrazione, disse che «I periodi di ritorno sono di 2-3mila anni... improbabile che ci sia una scossa come quella del 1703 pure se non si può escludere in maniera assoluta». Forse Boschi ha aggiunto uno zero di troppo.