PESCARA - Nell’Anno del Taglione, che fa più fine chiamare spending review, e dopo il miracolo dell’unanimità tra i consiglieri regionali che ha portato alla robusta riduzione di posti nell’Emiciclo e nella Giunta che verranno, al governatore Gianni Chiodi, l’altra sera davanti alle telecamere di Sky, è venuta in mente un’idea meravigliosa: «Nello Statuto della Regione Abruzzo sono previste due sedi, è un’anomalia che va tolta». Ne abbiamo dato notizia ieri, mentre nei corridoi ventosi della politica locale già sibilavano commenti aspri.
Non foss’altro perchè la doppia sede, L’Aquila e Pescara, è figlia della cruda stagione degli scontri di piazza sulla scelta del capoluogo, una stagione che nessuno ha dimenticato, la dolorosa nascita della Regione. Lo Statuto ne è testimonianza: capoluogo L’Aquila, ma sedi del massimo ente abruzzese anche a Pescara. Modificare lo Statuto è materiale esplosivo, roba che fa paura e che nessuno se l’è più sentita di toccare. «Non si riesce a togliere quest’anomalia -dice infatti Chiodi- Ma ora c’è anche un problema di razionalizzazione degli spazi, non è che i dipendenti che sono a Pescara non debbano essere collocati all’Aquila».
Insomma, sulla spinta dei tagli montiani e approfittando dell’accorpamento delle Province, Chiodi indica una strada per nuovi risparmi. Del resto la Regione sdoppiata comporta costi notevoli, basti pensare alle ben trentaquattro sedi, tra appartamenti e piani di palazzi, per le quali l’ente paga cospicui fitti. Trentaquattro, distribuite sul territorio regionale. Ma la parte del leone la fa Pescara, con quindici affitti da sborsare per dare alloggio a direzioni se non ad assessorati, come la Sanità in via Conte di Ruvo. Non bastano, infatti, gli immobili di proprietà in viale Bovio e via Raffaello. All’Aquila, oltre alle sedi di proprietà dell’ente, ci sono due affitti da pagare, ma qui ci sono da fare i conti con le inagibilità post-sisma che hanno reso obbligata la scelta degli affitti.
Poi ci sono scelte discutibili, come i soldi spesi per acquistare a Pescara una sede del Consiglio regionale che non ha neanche un salone in grado di ospitare le riunioni invernali dell’assemblea, costretta a trovare accoglienza nell’aula consiliare del Comune. Tra l’altro la Giunta gira al Consiglio trenta milioni l’anno per il suo funzionamento, e i costi degli uffici sdoppiati pesano. Come pesano, tra le spese bizzarre della Regione, anche importi contenuti ma incredibili, tipo quelli che comporta il viaggio quotidiano di un funzionario da Pescara all’Aquila e viceversa per far firmare le carte che la burocrazia impedisce di visionare usando l’informatica.
Certo, riunire tutti e millecinquecento i dipendenti della Regione in un’unica città pare un’impresa di difficile realizzazione. Peraltro non esistono strutture di proprietà tali da assorbire una simile massa di persone. Almeno si potrebbe pensare di razionalizzare la presenza del personale in servizio in ciascuna delle due città: ma il progetto della nuova sede della Regione a Pescara ha attraversato gli anni come e più della realizzazione del Labirinto a Creta, chissà che alla fine non spunti fuori anche un Minotauro nascosto tra le carte, un mostro che divora ogni tentativo di sistemare più razionalmente il personale.
«Non si riesce a togliere quest’anomalia», dice Chiodi. Già, ma chi deve toglierla se non i politici? Non è solo questione di spostare dipendenti da qui a lì, non è solo una prova di forza con i sindacati. Almeno si potrebbe provare a discuterne, ci fosse la volontà politica. Ma non c’è, e allora gettare la pietra nello stagno non serve se non si ha il coraggio di tuffarsi.