ROMA - L’offerta di Mario Monti di mettersi nuovamente a disposizione del Paese lascia i partiti piuttosto freddi, se non spiazzati, ad eccezione dell’Udc sostenitrice della prima ora di un Monti bis. Nello stesso tempo appare sempre più evidente una linea di frattura che, all’interno delle stesse forze politiche, individua una parte crescente degli schieramenti in campo come sempre più allettata dall’ipotesi della «continuità» tra l’attuale governo e quello che gli succederà dopo le elezioni. Divisi anche i sindacati con, da una parte, Susanna Camusso che vede il Monti bis come un «messaggio di rassegnazione» e, dall’altra, Raffaele Bonanni che lo valuta «un bene» e un «simbolo di autorevolezza». Meno divisi altri settori della società - dalla Chiesa all’imprenditoria - che sembrano propendere più uniformemente verso la prospettiva di una conferma, nelle forme possibili, del ruolo guida del professore.
Il segretario generale della Cei, Mariano Crociata, non nasconde di vedere bene un Monti bis come «soluzione che possa favorire un adeguato e rapido superamento della crisi». Le parole del numero due dell’episcopato italiano fanno seguito ad un editoriale dell’Avvenire che definisce l’annuncio del premier «un passo utile, un altro servizio reso al Paese». Sulla stessa linea si attesta l’ad di Fiat Sergio Marchionne che attribuisce «un grande valore» a un eventuale Monti bis, poiché «sarebbe un passo avanti per il Paese e darebbe credibilità togliendo molta incertezza». Non dissimile l’opinione del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, per il quale «il Monti bis è una delle possibilità per ritrovare la credibilità e la visione del futuro di cui abbiamo bisogno».
Quanto ai partiti, il nuovo profilo del premier proiettato verso la prossima legislatura trova piuttosto ostili, pur con qualche distinguo, soprattutto nel Pdl, le nomenclature dei vertici. Ma è proprio nel Pd di Bersani che si fa largo un consistente gruppo di cosiddetti liberal, oggi in assemblea al Tempio di Adriano, per «promuovere nel Pd una trasparente discussione affinché obiettivi e principi ispiratori dell’agenda del governo Monti possano travalicare i limiti temporali di questa legislatura e permeare di sé la prossima». Fanno parte di questa squadra di esponenti democrat Follini, Morando, Gentiloni, Ranieri, Ichino, Tonini, Ceccanti e Bianco. A disegnare originalmente un eventuale ruolo di Monti è poi Giuseppe Fioroni che lo vedrebbe bene nel fare «l’ennesimo dono al Paese mettendosi alla guida di un movimento dei moderati e allearsi alla grande forza riformatrice del Pd per dare vita a un governo legittimato dal voto». Colto, almeno in parte di sorpresa dall’uscita americana del professore, Pier Luigi Bersani che, pur non potendo disconoscere i meriti di Monti - «una persona che dovrà in qualche modo continuare a servire il nostro Paese, se ne avrà l’intenzione» - sembra obbligato, per una volta in sintonia con il suo sfidante alle primarie Matteo Renzi, a dichiarare chiuso il capitolo dei governi tecnici. Spiega, infatti, il leader democrat che «se Monti vuole continuare senza maggioranza politica, gli dico che non è possibile». Affermato che «non si può immaginare che nelle prospettive del Pd ci possa essere ancora una maggioranza di emergenza», Bersani conclude consigliando «a tutti di tenere fuori Monti da queste contese». La fine della «supplenza tecnica» e il ritorno alla politica», viene auspicato anche da Mattia Renzi. Mentre nettissima è l’opposizione al Monti bis di Vendola, Di Pietro e del leghista Maroni. Il leader di Sel sostiene che l’offerta, «se servo», di Monti presupporrebbe «altri scenari di crisi economica del Paese». Il capo dell’Idv afferma che «l’idea che qualcuno voglia governare il Paese senza chiedere ai cittadini l’autorizzazione a poterlo fare, esiste solo nelle dittature». Similmente il segretario del Carroccio definisce «sciagurata» l’ipotesi di un Monti bis che «non passasse dalle elezioni. Noi siamo contrari alla sua conferma, ma - aggiunge Maroni - se Monti vuole riprovarci si presenti alle elezioni, vinca e formi una maggioranza. Altrimenti non è democrazia».
Al contrario, sposano senza esitazioni la causa del Monti bis Gianfranco Fini, per il quale l’attuale premier è «il più idoneo a dar vita a un’aggregazione moderata all’insegna dell’interesse nazionale», e Lorenzo Cesa che osserva: «Questo governo ha fatto un gran lavoro, che solo uno come Monti poteva fare. E noi ci auguriamo - aggiunge il segretario dell’Udc - che possa continuare a farlo nella prossima legislatura».
L’eventuale conferma di Monti è invece accolta molto più tiepidamente nel Pdl. Fabrizio Cicchitto parla di «ipotesi di un gioco tutto di rimessa, che avrebbe un senso solo nel caso che nessuno dei due schieramenti vinca, oppure nell’ipotesi che pur vincendo numericamente uno schieramento, esso sia così contraddittorio da non poter volgere un ruolo di governo». Mentre si tratterebbe di una «extrema ratio» per Mariastella Gelmini. E di un’eventualità tutta da verificare alla luce del risultato «delle elezioni che vengono prima» per Maurizio Gasparri.