Sono stanco.
Di che cosa?
Sono davvero stanco di far del male alle persone.
Cominciamo dalla fine. Lei vorrebbe ricandidarsi alle elezioni?
Ma che domanda è?
Questa. Dopo quello che è successo con Sallusti, lei spera ancora di essere ricandidato col Pdl?
A me piace molto questo lavoro. È diventata la mia vita. Certo, riuscire a essere eletto è un’altra cosa. Ma non vedo perché qualcuno dovrebbe impedirmi di essere ricandidato.
Feltri le ha dato del «vigliacco».
Per me quella frase non esiste. Per la mia etica quel «vigliacco» detto da Feltri non c’è.
Ma come? Feltri l’ha detto davanti a molti testimoni, subito dopo la fine di «Porta a Porta», che «Renato Farina è un vigliacco».
È come un fuorionda. Come l’intercettazione telefonica di una conversazione riservata. Per me non fa testo, non esiste. Rispondo solo a chi certe cose me le dice in faccia. Vis-à-vis.
Sta sfidando Feltri?
No. Feltri e Sallusti si sono sempre adoperati perché io potessi scrivere quello che volevo, perché potessi manifestare le
mie opinioni liberamente.
E li ha ripagati così? Omettendo di dire che era lei il Dre- yfus dell’articolo che potrebbe mandare il direttore del «Giornale» in galera?
Ma io l’ho fatto anche per Sallusti. È anche per lui che sono stato zitto. Le spiego perché.
Renato Farina, classe ’54, giornalista radiato dall’ordine dei giornalisti, già agente segreto con nome in codice «Betulla», deputato del Pdl, l’autore dell’articolo, uscito nel 2007 su «Libero», che ha diffamato il giudice Cocilovo. Lo stesso per cui oggi Sallusti rischia di andare in galera. L’ha ammesso anche lui, parlando nell’Aula di Montecitorio poco prima di rilasciare quest’intervista.
Farina, ci vuole addirittura convincere di aver taciuto per salvaguardare Sallusti?
Vede, io lo capisco che in questo momento nessuno potrebbe credere ai miei sentimenti. Lo capisco che qualsiasi cosa dico può essere interpretata come una favola. Ma, mi creda, i miei avvocati mi hanno detto che in questi casi, da quando l’autore anonimo di un articolo contestato confessa, decorrono i tre mesi entro cui il querelante può prendersela con giornalista che ha scritto il pezzo. Quindi esistono i margini perché io possa, come voglio, assumermi la responsabilità giuridica di quell’articolo. E questa interpretazione mi è stata confermata anche dagli avvocati del gruppo del Pdl. Se
avessi parlato prima, avrei messo nei guai Sallusti. Avrei smentito le sue stesse dichiarazioni, quelle con cui mi ha protetto.
Ma scherza? Sono giorni che si parla dell’arresto di Sallusti. E lei ha parlato solo dopo essere stato smascherato da Feltri.
Primo, io volevo confessare da tempo. E lo sa anche Feltri. Ma m’avevano detto di non farlo per non peggiorare la situazione. Secondo, io avevo già deciso di parlare oggi (ieri, ndr). Anche prima di sapere che Vittorio avrebbe fatto il mio nome. Ho anche i testimoni. Chieda al mio collega Palmieri o a Mariastella Gelmini, con cui mi ero confidato. Adesso rimane solo quello che ho detto e che ribadisco. Voglio assumermi la responsabilità morale e giuridica di quell’articolo. Voglio pagare io, da solo.
E lo sapeva, Sallusti, della sua intenzione di prendersi le sue responsabilità?
Negli ultimi venti giorni gli ho telefonato e scritto sms.
E lui?
Non mi ha mai risposto.
Sarà stato furibondo.
O troppo preso dal caos di questa vicenda.
Si è pentito di aver scritto quell’articolo in cui falsamente si sosteneva che il giudice Cocilovo aveva disposto l’aborto di una tredicenne?
La notizia non l’avevo data io. Era uscita sulla «Stampa».
Verificare è l’imperativo categorico. O no?
Quando un collega scrive una notizia, si suppone che le verifiche le abbia fatte lui. Non è d’accordo?
No. E comunque c’era un lancio dell’Ansa che smentiva quella ricostruzione. Perché non ha controllato?
Non avevo accesso a questo tipo di strumenti. Non stavo in redazione ed ero stato messo fuori dall’Ordine dei giornalisti.
Non le sembra una difesa debole?
Io ho ripreso un fatto raccontato da altri. E ho solo espresso una mia opinione. Avevo il diritto di farlo come libero cittadino oppure no?