Le nuove regole introdotte a luglio usate nel Pescarese soprattutto dagli imprenditori di edilizia, metalmeccanica e pulizie
PESCARA Ventitre procedure di licenziamento tra Pescara e la provincia. Tutte in aziende medio piccole, tra 15 e 50 dipendenti. E principalmente in tre settori: edilizia, metalmeccanica e imprese di pulizie. È questo il primo bilancio di uno degli effetti della riforma varata dal ministro del lavoro Elsa Fornero, che ha reintrodotto la conciliazione obbligatoria nel caso in cui si voglia licenziare un dipendente per motivi oggettivi. Un bilancio che può essere usato anche come termometro della crisi in atto. A fornire i dati è la Direzione territoriale del lavoro di Pescara, che grazie alla riforma è tornata a fare da cuscinetto tra il licenziamento e il ricorso ai giudici. Davanti alle scrivanie della Direzione del lavoro, insomma, passa la carne viva della gente, quella messa a dura prova dalla crisi che sta attanagliando il paese: gli imprenditori, che devono spiegare le ragioni economiche che li spingono a licenziare, e i lavoratori che stanno per perdere il posto. È davanti ai tre membri della commissione - un sindacalista, un rappresentante delle organizzazioni datoriali e un funzionario della Direzione - che si ritrovano il lavoratore licenziato e il suo ex datore di lavoro. E tocca alla commissione cercare di metterli d’accordo, stabilire se la richiesta del datore di lavoro è fondata o meno, se ci sono alternative, se si può mantenere il rapporto di lavoro in piedi magari mutando le forme. E, soprattutto, cercare di trovare un accordo tra le due parti. «Noi siamo anche una camera di compensazione», spiega il direttore dell’agenzia di Pescara Orazio Parisi, «non è la prima e non sarà l’ultima volta che da noi arrivano lavoratori arrabbiati. C’è da comprenderli e li comprendiamo. Per questo all’interno della commissione tendiamo sempre a prendere decisioni unanimi e non a maggioranza. E si cerca di vedere quali sono le soluzioni possibili anche spogliandosi ognuno della propria giacchetta. Questa non è un’attività che si può fare in modo burocratico». Il meccanismo della nuova legge è entrato in vigore il 18 luglio. Da allora alla Direzione territoriale del Lavoro di Pescara sono arrivate 23 richieste di conciliazione, quasi tutte per un lavoratore soltanto, a parte quella di una ditta che ha chiesto tre licenziamenti in una volta, e tutte da aziende diverse. Un numero che, considerato il fatto che c’è stato agosto di mezzo, a un osservatore inesperto non sembra proprio esiguo. Diciassette casi sono già stati esaminati e chiusi, altri sei verranno discussi nei prossimi giorni. «Il tentativo della legge», spiega Parisi, «è di diminuire i ricorsi alla magistratura. Il nostro lavoro come commissione consiste nel verificare se ci sono misure alternative, cioè se non si può mantenere il posto di lavoro del dipendente magari riutilizzando le sue professionalità in un settore diverso da quello attuale o con altre forme. In un caso di quelli già esaminati, ad esempio, un datore di lavoro voleva licenziare un dipendente impiegato su una linea produttiva in cui c’erano due unità. In commissione abbiamo proposto che invece di licenziarne uno e tenerne un altro restassero entrambi ma con il part time. E la soluzione è stata accettata». In un altro caso, invece, la commissione ha convinto il datore di lavoro a mettere in cassa integrazione il dipendente che voleva licenziare, dopo aver verificato che l’impresa aveva tutti i requisiti per ottenere l’ammortizzatore. Il tutto nella speranza che le difficoltà economiche dell’azienda siano solo momentanee e quindi, dopo un periodo, il dipendente possa tornare al lavoro. Per altre sette persone non c’è stato nulla da fare ed è scattato il licenziamento, ma l’accordo tra dipendenti e datori di lavoro si è trovato: in un caso il lavoratore ha avuto anche un indennizzo dalla sua azienda, in qualche altro caso il datore di lavoro ha concesso dei benefici, in altri casi invece non c’è stata nessuna merce di scambio. In otto casi totali l’accordo non si è trovato. Una volta perché lavoratore e proprietario dell’azienda non sono riusciti a trovare un compromesso, negli altri sette perché i lavoratori o le aziende non si sono presentati alla conciliazione. Un comportamento che, nel caso in cui il lavoratore licenziato deciderà di fare ricorso alla magistratura, verrà considerato e valutato.