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Data: 06/10/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Regioni, il decreto del governo azzera i fondi ai gruppi consiliari

Tracciabilità di tutte le spese, on line redditi e proprietà degli assessori

ROMA - Potranno arrivare sino al 95% delle somme attuali i tagli ai budget dei gruppi politici consiliari delle Regioni con le mani bucate. Il giorno dopo il varo del decreto legge sui costi della politica è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà a fare i primi conteggi e a battere il ferro dei tagli alla politica finché resta caldo.
Il governo rivendica infatti la durezza delle misure messe in campo, che intendono evitare - almeno questo è l’obiettivo - che si possano ripetere gli episodi di vero e proprio sperpero e amoralità emersi nel Lazio. Episodi che hanno «indignato» gli italiani, come ha spiegato l’altra sera il presidente del Consiglio Mario Monti, e che quindi hanno spianato la strada a misure particolarmente incisive. Non a caso anche ieri il Capo dello Stato Giorgio Napolitano è tornato a ripetere che l’Italia ha bisogno di «un rilancio morale come in pochi altri momenti».
Il vero nodo ora, iter parlamentare a parte, è però costituito dall'applicazione delle norme. Ecco dunque spiegata l'attenzione del governo alla tempistica, fissata nei dettagli nel testo del provvedimento: le Regioni hanno circa sei mesi per mettersi in regola e in alcuni casi, come per il tetto degli stipendi, dovranno fare anche più in fretta. I paletti infatti dovranno essere individuati dalla Conferenza Stato-Regioni (indicativamente adottando la formula prevista dalla regione più virtuosa) entro la fine del mese di ottobre ma qualora non dovesse essere raggiunto un accordo la palla passerà direttamente al premier Mario Monti.
Sempre le Regioni, che subiranno i controlli preventivi della Corte dei Conti, dovranno poi pubblicare online redditi e patrimoni dei loro amministratori o rischieranno di vedersi ridurre dell’80% i trasferimenti dello Stato ad eccezione di quelli previsti per due voci «sociali» come Sanità e Trasporti. Ma non solo. I presidenti delle Regioni dovranno anche avviare la spending review: che significa gettoni di presenza a 30 euro, riduzione dei componenti dei consigli di amministrazione delle società controllate, dimagrimento dei budget per convegni e auto blu e tetto agli stipendi di manager e dirigenti pubblici.
Se alle Regioni viene chiesto di mettere al bando gli sprechi, ai Comuni invece il governo vuole imporre il risanamento delle finanze. Avranno cinque anni di tempo e in alcuni casi potranno contare su un aiuto da parte delle casse erariali (patto di stabilità più soft e fondo di rotazione a disposizione) ma dovranno riuscire a rimettere in sesto il proprio bilancio pena lo scioglimento dei Consigli.
Misure che hanno suscitato la reazione del presidente dell'Anci, Graziano Delrio: «Io - sottolinea - farei commissariare le Regioni in dissesto». Idea condivisa dal governatore del Veneto, Luca Zaia, che spiega come l'assenza di questa opzione sia «l'unico punto debole del decreto legge» anche se a suo parere il provvedimento del governo va difeso a spada tratta.
Sul fronte della politica nazionale, le posizioni sono disparate: c'è chi come il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini spezza una lancia a favore del decreto («Un segnale forte verso una moralità che va recuperata non con le parole ma con i fatti») e chi come il presidente della Camera Gianfranco Fini vorrebbe che si facesse ancora di più. In mezzo, il numero uno dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro che mostra prudenza: «Prima leggo il testo - commenta - e poi mi esprimo».

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