ROMA «E’ stato un capolavoro di democrazia. Se noi usciamo bene dalla vicenda delle primarie non ci ammazza più nessuno». E’ un Pier Luigi Bersani disposto ad accettare il compromesso, ma non a fare marcia indietro, quello che si presenta all’assemblea nazionale del Pd e al termine di una mattinata che fila via senza psicodrammi ma con un duro braccio di ferro sulle regole, riesce ad evitare la spaccatura del partito, che i rumors della vigilia davano per probabile. E invece, dopo giorni di accese discussioni tra renziani e bersaniani, i 612 delegati che hanno garantito il numero legale all’assemblea e che si sono riuniti a porte chiuse all’Hotel Ergife hanno approvato a larghissima maggioranza (8 voti contrari, un astenuto) la deroga all’articolo 18 dello statuto che consentirà a Matteo Renzi e agli altri candidati di correre per le primarie del centrosinistra. Ma non solo. E’ stato deciso che le primarie si svolgeranno in due turni, che gli elettori potranno registrarsi da 21 giorni prima delle primarie fino alla data del voto in un apposito Albo (probabilmente al gazebo dove si vota) e che lo potranno fare, ma solo in casi eccezionali, anche al secondo turno (su questo, l’ultima parola arriverà dal tavolo con Pd, Sel e Psi che si riunirà la prossima settimana). Le votazioni, che sul mandato a Bersani per costruire l’alleanza hanno avuto l’unanimità, hanno fatto temere una spaccatura sulla delicata questione delle regole per poter votare alle primarie. A innescare la miccia è stato un emendamento, firmato da ulivisti e bindiani, che chiudeva nel giorno del primo turno (la data dovrebbe essere quella del 25 novembre) la possibilità di registrarsi per poter votare. Una provocazione? I renziani guidati da Roberto Reggi sentono puzza di bruciato e si preparano al contrattacco. Ma Bersani, fermamente deciso ad evitare che l’assemblea diventasse un’arena, prova a dirimere la questione e chiede il ritiro di tutti gli emendamenti. Lo fa spiegando che le regole sulla registrazione e sulla possibilità di votare al primo o al secondo turno saranno decise al tavolo della coalizione. L’appello viene raccolto, gli emendamenti vengono ritirati ma la tensione non diminuisce. Rosy Bindi si presenta in sala stampa e dà la sua interpretazione: «Chi non ha votato al primo turno, quindi non è iscritto all’albo, non potrà votare al secondo». Ma i renziani non sono d’accordo e Ivan Scalfarotto assicura che il testo messo in votazione lascia aperta la possibilità di votare anche solo per il ballottaggio. Poi, interviene Enrico Letta, che dice «no al filo spinato» per chi vota al ballottaggio e non ha votato al primo turno e spiega che le «modalità» si discuteranno con gli alleati. La giornata si apre con la relazione di Bersani. «Il mondo ci guarda e dobbiamo fare una discussione seria e composta» premette il segretario del Pd, che chiede un «patto sulla sobrietà» della campagna elettorale ma non rinuncia ad una stilettata contro Renzi. «Lasciatemi dire una cosa personale: sono stato ferito dal leggere che qui si cambierebbero regole in corso d’opera per bloccare le primarie. La verità - sbotta Bersani - è che l’unica regola che si cambia è quella che consente ad altri di candidarsi...». Per il segretario, le parole d’ordine sono trasparenza e sobrietà. L’obiettivo è quello di organizzare il campo dei progressisti ma con un occhio rivolto anche alle forze moderate che vogliono dare alla destra risposte sul populismo. «Su questo non mollo» assicura Bersani, per il quale non bisogna avere paura delle regole. E il programma della coalizione? Su questo punto è costretto ad una prova di equilibrismo tra le posizioni di Vendola, che vuole «rovesciare» l’agenda Monti, e quelle dei popolari del Pd che, con Beppe Fioroni, chiedono un accordo con Casini e puntano a sbarrare la porta a Di Pietro e Sel. E così, con un occhio anche ai veltroniani che non vogliono abbandonare la strada intrapresa dal Professore, Bersani spiega che il rigore del presidente del consiglio «è un punto di non ritorno», assicura che il Pd «prenderà il meglio» dell’agenda Monti ma poi precisa che di fronte alla crisi serve una «svolta europea». E la piattaforma da cui partire è quella dell’unione fiscale. Alla fine, l’esito dell’assemblea sembra accontentare un po’ tutti. Renzi, che all’Ergife non si è fatto vedere, ha ottenuto la possibilità di candidarsi e anche Paolo Gentiloni applaude: «Bersani ha capito che le primarie aperte ci fanno bene». Ma cosa è stato deciso ieri? «La verità - ammette un delegato - è che è stato deciso poco. Bersani e Renzi si sono messi d’accordo per contenere l’assalto delle rispettive correnti...»