Un sesto, il presidente della Provincia di Milano, Podestà, in un grottesco gioco di annunci e controannunci ha detto al mattino di volersi dimettere, e al pomeriggio di aver cambiato idea.
Si tratta di dimissioni ufficialmente motivate in modo assai creativo. I presidenti della province di Asti e Biella, per esempio, hanno giustificato l’abbandono delle poltrone su cui sono rimasti seduti fino a ieri con la frustrante impossibilità di combattere adeguatamente la battaglia per salvare le Province. Altri due hanno scoperto all’improvviso, dopo molti anni, che il ruolo di capo dell’Amministrazione Provinciale confligge con quello di deputato che ugualmente rivestono. E solo uno, Fabio Melilli di Rieti (del Pd), ha detto la verità: «Voglio candidarmi alle politiche».
La legge che nell’anno Duemila ridisegnò da capo il funzionamento degli enti locali stabilisce che un sindaco o un presidente di Provincia non possono candidarsi per il Parlamento (il contrario è invece concesso). Per cui, se proprio ambiscono alle stanze più confortevoli di Camera e Senato, devono dimettersi sei mesi prima della scadenza della legislatura. E poiché è stato calcolato che il Parlamento verrà sciolto il 10 di aprile, ieri era l’ultimo giorno utile per mollare Comuni e Province in tempo per aspirare a una poltrona romana.
Pur di non correre rischi di intoppi dell’ultimo minuto, qualcuno ci aveva pensato prima. Edmondo Cirielli del Pdl, così severo quando scrisse la legge che inasprisce le pene per i recidivi ma così magnanimo con le proprie ambizioni romane, con tecnica sopraffina si era fatto sfiduciare dal consiglio provinciale di Salerno già qualche giorno fa. Se si fosse dimesso avrebbe infatti dovuto affrontare le ire dei consiglieri provinciali costretti a fare le valigie anzitempo (l’Amministrazione scade nel 2014). Così ha fatto ricorso alle sue doti di azzeccagarbugli e ha cavato il coniglio dal cilindro.
In sostanza, il tenente colonnello (in aspettativa) Cirielli ha convinto la propria maggioranza a convocare un consiglio straordinario per sollevare una questione di incompatibilità fra il ruolo di Presidente e quello di deputato. E poiché egli ha pure un seggio a Montecitorio ha dovuto lasciare la guida della Provincia di Salerno, però con una procedura che consente alla giunta di rimanere in carica sotto il comando di un vice scelto dallo stesso Cirielli e al consiglio di sopravvivere, e quindi di garantirsi lo stipendio, ancora per quindici mesi.
Per non essere da meno, il compare di partito Luigi Cesaro detto Giggi ’a Purpetta (deputato da cinque legislature) ieri ha fatto altrettanto alla Provincia di Napoli, con gran sollievo dei consiglieri di maggioranza che dopo tre anni si sono accorti della inaccettabile incompatibilità. Cesaro da galantuomo qual è ha ammesso che il suo è un trucchetto e che le ragioni dell’addio alla Provincia sono altre: «Il mio atto intende testimoniare l'impossibilità di amministrare un ente quale la Provincia colpito da severissime e assurde misure di spending review». Un sacrificio sull’altare del bene supremo.
Nobili motivazioni vengono tirate in ballo pure dalla presidentessa di Asti, Maria Teresa Armosino (Pdl), e da quello di Biella, Roberto Simonetti (Lega Nord). Le loro sono due Provincie in via di cancellazione, o accorpamento che dir si voglia. E dunque il piano di fuga è in qualche modo meno sorprendente. E’ la fumosità delle spiegazioni che lascia a desiderare: «Cedo davanti all'impossibilità manifesta da parte degli amministratori delle Province di far valere le ragioni del territorio» sono le nobili parole della Armosino.
Il caso più spassoso, tuttavia, è quello di Guido Podestà, già coordinatore del Pdl in Lombardia, e presidente della Provincia di Milano. Non è parlamentare, e quindi non è soggetto a incompatibilità. Non è neppure alla guida di una Provincia destinata a morire. Però vuole spasmodicamente essere promosso alla Camera o al Senato. Così all’alba dell’ultimo giorno utile ha annunciato il proprio destino su twitter: «Oggi terrò una conferenza stampa per spiegare le ragioni delle mie dimissioni». Fulmine a ciel sereno, anche per qualche dirigente del Pdl che deve averlo chiamato e spazzolato. Tanto che al pomeriggio, al cospetto dei giornalisti convenuti, Podestà ha spiazzato di nuovo tutti: «Ho cambiato idea, non mi dimetto più».
Ma forse il segreto c’è. Già si vocifera della preparazione di un decreto ad hoc che salvi sindaci e presidenti di Provincia dall’ingiustizia di non poter ambire al titolo di onorevole, con relativa indennità. E chi se ne frega delle province che tutti giurano di voler salvare.