MILANO - Per dire il clima che c’è nella Lega: Maroni ieri sera doveva fare un comizio in una sala nel centro di Milano, in migliaia ad attenderlo, molte domande pronte sul caso Formigoni. Maroni però non è arrivato. Scusa ufficiale: a Roma le trattative sono andate per le lunghe. Ragione vera: difficile spiegare i perché di una retromarcia a un popolo che ancora un giorno fa credeva che la Lega avesse dato il benservito al Celeste. Così Matteo Salvini, mentre arrivava alla sala per prendere il posto di Maroni faceva gli scongiuri: «Se mi va bene vengo via con qualche fischio». Per prenderne il meno possibile ha continuato a perorare la causa delle elezioni lombarde ad aprile. ma sono rimasti in pochi a crederci davvero.
La riunione di Roma, nella tana del Pdl, è andata male. O per lo meno non come i maggiorenti della Lega si aspettavano. La strategia era chiara: costringere Formigoni a darsi una ripulita, sostenere una nuova giunta per qualche mese, tornare a votare ad aprile con la stessa alleanza, ma con un candidato leghista. Un sogno. Anzi, il sogno del Carroccio nell’era del dominio maroniano: Lombardia, Veneto e Piemonte, ovvero il grande nord tutto nelle mani di governatori targati via Bellerio. Il sogno si è infranto sulle resistenze di Formigoni e Alfano.
In via dell’Umiltà, a Roma, il segretario della Lega ci è arrivato con le parole del presidente della Lombardia nelle orecchie: «Sappiano i leghisti che se cadiamo noi cadono anche Piemonte e Veneto». Una minaccia spuntata, secondo quel che lo stesso Bobo ha detto ai suoi prima di infilarsi nel portone della sede del Pdl: «Ho parlato con Zaia e Cota, non c’è un solo consigliere berlusconiano disposto a sacrificarsi per salvare la pelle a Formigoni. Veneto e Piemonte sono al sicuro». Cosa verosimile. Purtroppo per lui, però, la vera minaccia del Pdl si nascondeva altrove.
La Lega, stando ai proclami fatti da Salvini mercoledì sera, voleva che la giunta Formigoni fosse azzerata, e su questo il governatore non ha fatto storie. Voleva anche, però, che il nuovo corso fosse a scadenza. Pochi mesi di governo per poi tornare al voto in concomitanza con le politiche in modo da incastrare tutti gli elementi del puzzle: il Celeste candidato per un posto in Parlamento, e Maroni o qualche altro leghista candidati a governare la Lombardia al suo posto, con un’alleanza Pdl-Lega.
Su questa proposta lo stop degli azzurri è stato immediato. Perfino rabbioso quello di Formigoni. Che ha prospettato una soluzione diversa. Nessun azzeramento della giunta, dimissione del presidente (cioè di sé medesimo), ricorso immediato alle elezioni anticipate, magari entro gennaio, con la Lega e il Pdl che vanno ognuno per conto suo: «Io dei nuovi alleati me li posso trovare: vediamo che fine farete voi, invece». Minaccia concreta e concretizzabile. Tanto da mettere all’angolo, a quel punto, il segretario leghista consapevole che con l’aria che tira a Milano e dintorni il Carroccio in una corsa solitaria per il Pirellone rischierebbe di schiantarsi contro un muro. Altro che partito del nord.
Allora ecco il ripiego: andare avanti con una giunta nuova, ma anche con due o tre punti da mettere in chiaro. A cominciare dall’obbligo di fare una nuova legge elettorale regionale entro dicembre. Per quale ragione? Per consentire al Carroccio di garantirsi una discreta rappresentanza (capace magari di farlo essere ago della bilancia) anche nel caso volesse presentarsi a nuove elezioni senza alleati: «Una volta che abbiamo una legge elettorale così» è ciò che Maroni ha poi spiegato in serata ai propri colonnelli «il coltello torna nelle nostre mani. Possiamo staccare la spina quando vogliamo, con una scusa qualsiasi, senza temere il disastro».
Lo ripeterà anche domani mattina. Aveva degli impegni in Veneto, li ha disdetti per convocare un consiglio federale straordinario. Vuole provare a capire come sono gli umori del partito di fronte a una retromarcia che rischia di ammaccare alla prima vera uscita pubblica l’immagine della nuova Lega post-bossiana.