«Sì alla modifica del titolo V, enti locali da cambiare non da liquidare»
ROMA - La valanga di scandali e di abusi che investe le Regioni (ora concentrata su Lombardia e Lazio) non solo non accenna a placarsi, ma si arricchisce ogni giorno di nuovi, agghiaccianti, episodi. Di qui l’esigenza di un nuovo duro ammonimento, di un vibrante «basta» a tutta voce per mettere un argine alla dilagante corruzione nella politica. Giorgio Napolitano lo pronuncia, ancora una volta, nella sede istituzionale più consona: ricevendo al Quirinale una folta delegazione dei rappresentanti delle Regioni e delle Province autonome che gli avevano chiesto udienza per discutere della riforma del Titolo V della Costituzione approvata nell’ultimo Consiglio dei ministri.
Ebbene il capo dello Stato non esita a manifestare con chiarezza il proprio pensiero con una strigliata ai «governatori». Sottolinea anzitutto la necessità di «stroncare gli intollerabili episodi di abuso del denaro pubblico e di malcostume» e quindi afferma di condividere una precedente risoluzione della Conferenza delle Regioni volta a concorrere ad un immediato intervento legislativo per ridurre i costi della politica e per mettere fine agli abusi.
Ma Napolitano non si ferma qui né vuole assecondare giudizi perentori nei confronti di istituzioni ed enti locali che sono da riformare, non da liquidare.
In una nota diffusa al termine dell’incontro egli ci tiene a precisare che non bisogna assolutamente «lasciarsi andare a giudizi sommari sul ruolo delle Regioni», ma è piuttosto necessario «un ampio sforzo di chiarificazione» proprio di fronte all’emergere nel dibattito politico di interpretazioni unilaterali e sommarie, con accenti liquidatori, sull’attività e sul ruolo delle Regioni. Invece - secondo Napolitano - si tratta di problemi di «riequilibrio della finanza pubblica e di adeguamento degli assetti istituzionali» che, d’altra parte, hanno formato oggetto delle recenti decisioni del Consiglio dei ministri e che investono l’insieme delle istituzioni rappresentative e delle amministrazioni pubbliche.
Insomma - spiega ancora il capo dello Stato - non è in questione l’art.5 che associa l’unità e l’indivisibilità della Repubblica alla promozione e al riconoscimento delle autonomie locali. Sono in questione gli assetti e gli equilibri istituzionali della Carta costituzionale che da lungo tempo si è convenuto di dover riformare, con modifiche ben motivate. E qui Napolitano non manca di ricordare con rammarico che anche la presente legislatura rischia di concludersi senza intese risolutive sulle riforme istituzionali, malgrado le sollecitazioni che egli stesso non ha lesinato «sin dall’inizio del mandato». L’unica eccezione - ricorda ancora Napolitano - è l’importante riformulazione dell’art.81 della Carta (quello che sancisce il principio del pareggio di bilancio). C’è poi l’auspicio del Colle per una rapida, positiva, conclusione del confronto per il completamento del processo di riordino delle Province. Silenzio, invece, almeno in questa occasione, sulla riforma della legge elettorale.
Quanto alla riforma del Titolo V varato nel 2001, Napolitano sottolinea che essa va attuata e definisce «una prima parziale risposta» quella contenuta nella proposta di ddl costituzionale approvata dal governo. Insomma: è un primo passo avanti. «Spetterà ora al Parlamento pronunciarsi», soggiunge il Presidente ricordando che in quella sede nonché al governo le Regioni potranno rappresentare le loro preoccupazioni circa le modalità del contributo che «esse sono doverosamente chiamate ancora a dare al consolidamento dei conti pubblici e alla stabilità finanziaria». Un modo indiretto per rispondere all’appello del presidente della Conferenza delle Regioni, Errani, che aveva chiesto un «confronto di merito» definendo atto unilaterale l’iniziativa del governo.E non a caso lo stesso Errani ringrazia Napolitano per aver auspicato quel dialogo tra le istituzioni necessario per affrontare temi così delicati.