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Data: 14/10/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
La Lega stacca la spina:. Lombardia al voto in aprile «I consiglieri rinviati a giudizio devono dimettersi subito». Berlusconi sente Formigoni «Non mollare e vai avanti»

MILANO - C’è una notizia dentro la notizia. La Lega Nord mette la data di scadenza a Roberto Formigoni: primavera 2013. Ma per farlo deve passare attraverso la dolorosa sconfitta di Bobo Maroni, messo in minoranza per la prima volta da quando è segretario del partito. Guai a dirlo ai padani, che non vogliono sentir parlare di attriti, ma i fatti sono fatti. Quando inizia la segreteria federale, ieri mattina, Matteo Salvini chiede che la Lombardia ad aprile torni al voto, nonostante gli accordi di tutt’altra natura presi da Maroni con Alfano. E alla fine passa la linea Salvini.
«Abbiamo votato all’unanimità» dice qualche ora dopo lo stesso segretario del Carroccio. Se è vero, significa che lui ha cambiato idea. Giovedì a Roma nella sede del Pdl aveva siglato un intesa per sostenere il Celeste fino alla scadenza naturale della legislatura, il 2015; al federale invece ha votato la proposta di dargli il benservito fra pochi mesi. Cos’è accaduto nel frattempo? Che Maroni ha dovuto prendere atto del malcontento suscitato dalla sua cautela, compreso quello dei dirigenti che tre mesi fa lo sostennero nel braccio di ferro vittorioso con Bossi.
Primi commenti dal pianeta padano: «Ci avete restituito la dignità». Come a dimostrare che il duro impatto della Lega con la parola ’ndrangheta (eppure non è la prima volta) ha sconvolto la base del partito che ora pretende una presa di distanza netta dal governatore della Lombardia. La presa di distanza è arrivata dopo una riunione di un paio d’ore, senza urla ma con molta tensione. Hanno poi chiesto a Maroni di illustrarla ai giornalisti, lui temendo domande poco amichevoli sul proprio repentino cambio di rotta ha preferito affidarsi a un comunicato.
Poche righe e una frase che non ammette interpretazioni: «Far coincidere il voto della Regione Lombardia con le elezioni politiche di aprile in un unico election day». Detto in modo brutale: Formigoni faccia pure la sua nuova giunta, noi l’appoggeremo giusto per il tempo di fare due cose (legge elettorale regionale e bilancio), e a primavera tutti a casa. Senza se e senza ma. Anzi, con un se: «I consiglieri regionali rinviati a giudizio si dimettano immediatamente». Che poi è una sola, Nicole Minetti, poco disposta a sacrificarsi sull’altare del patto Lega-Pdl.
Teoricamente, dunque, il governatore ha i giorni contati, o per meglio dire i mesi contati. Che se dipendesse dai più combattivi del Carroccio - Salvini in testa - non avrebbe neppure quelli. La loro idea è quella di non dare nessun assessore padano alla ri-giunta Formigoni che dovrebbe nascere entro dieci giorni, solo una specie di appoggio esterno per rendere ancora più incerto il cammino finale del Celeste: «Ma ce lo diranno i militanti cosa fare esattamente. Il 20 e 21 ottobre metteremo gazebo in tutta la regione per chiedere se condividono le nostre scelte».
Naturalmente chi non le condivide sono i maggiorenti del Pdl. Specie quelli che erano abituati a «trovare la quadra» con Bossi dopo qualche mercanteggiamento riservato. Ecco Ignazio La Russa: «Eravamo abituati ad una Lega un po’ più affidabile. A questo punto sarebbe opportuna una nuova riunione per farci spiegare dai leghisti se si tratta di una decisione irreversibile». Richiesta legittima, ma a cui in questo momento i padani stessi non sono in grado di rispondere.
L’operazione lanciata da Salvini, e sottoscritta obtorto collo da Maroni, ha doppia finalità. Allontanare la parola ’ndrangheta dalla Lega Nord, e provare a creare le condizioni per far sì che ad aprile, quando teoricamente si dovrebbe tornare al voto, il candidato governatore possa essere un leghista, magari proprio Bobo. Ma se una delle due condizioni dovesse venire a mancare, i giochi potrebbero iniziare da capo.

Berlusconi sente Formigoni «Non mollare e vai avanti»
Il governatore contestato a Lecco: il patto con Bobo resta valido

ROMA - Non è più Umberto Bossi il segretario federale, ma i tatticismi leghisti sono rimasti quelli di sempre. Stavolta è toccato a Roberto Formigoni farne le spese cercando di capire per un’intera giornata se valeva ancora l’accordo di giovedì o se il consiglio federale del Carroccio aveva deciso di mandare a casa la giunta della Lombardia e andare alle urne. Falliti i tentativi di raggiungere Roberto Maroni al telefono per avere un chiarimento, Formigoni ha chiamato ieri pomeriggio sia Berlusconi che Alfano. Da tutti e due ha avuto «pieno appoggio» ad andare avanti con la composizione della nuova giunta verificando, nel giro di un paio di settimane, se la Lega ci sta a continuare l’esperienza di governo. «Altrimenti ognuno si assumerà le proprie responsabilità», ha chiosato il Cavaliere.
Ciò che Formigoni ha spiegato chiaramente, parlando al convegno di Gianfranco Rotondi a Saint Vincent, e che «se la posizione della Lega è cambiata non ci basta un comunicato e non ci basta nemmeno un appoggio esterno, assolutamente no». Secondo Formigoni «tra partiti che hanno collaborato vale il principio della correttezza e della lealtà: per me il patto è ancora valido». In realtà una buona dose di tattica la stanno mettendo nelle trattative anche Formigoni e lo stesso Berlusconi. Perché in sostanza regge l’accordo per andare a votare ad aprile preso durante il vertice di giovedì e il braccio di ferro non è tanto sulla durata della giunta, quanto su chi alla fine intende conservare il diritto di staccare o meno la spina qualora non si verifichino tutte le condizioni.
Il voto ad aprile insieme alle elezioni politiche permetterebbe infatti a Formigoni di tentare il trasloco a Roma e in Parlamento, a Maroni di poter correre con un proprio candidato - se non personalmente - per la conquista del Pirellone e a Berlusconi di riportare il Carroccio dalla propria parte visto che per gli inquilini di via Bellerio sarebbe difficile giustificare alleanze diverse sul piano regionale e nazionale.
Tutti d’accordo, o quasi. A rendere la questione più complicata ci sono le tensioni interne al Carroccio. Maroni e Salvini hanno ricevuto ieri dal consiglio federale il mandato «ampio» di trattare, ma Salvini non vuole presentare al proprio elettorato un accordo di spartizione proprio in un momento di forte insofferenza della base. Soprattutto non vuole Maroni siglare di fatto un accordo a scatola chiusa con un Pdl che non ha ancora fatto chiarezza sia sulla sua composizione, sia sul candidato premier.
Anche se il tentativo di proporre a Formigoni un appoggio esterno non è passato, l’obiettivo del Carroccio è quello di prendere il più possibile le distanze da una legislatura regionale contrassegnata dagli scandali e dalla presenza in consiglio di Nicole Minetti. Proprio la permanenza o meno dell’avvenente consigliera regionale è diventato per la Lega una condizione per andare avanti. La richiesta di dimissioni per coloro che sono stati rinviati a giudizio, serve quindi a creare altri problemi al Cavaliere e ad Alfano, che da mesi attende le dimissioni della consigliera che a fine mese raggiungerà, come altri, il diritto al vitalizio. Per non farsi cuocere a fuoco lento Formigoni conta sul sostegno di tutto il Pdl e di Berlusconi che domani ad Arcore potrebbe rimettere intorno a un tavolo la Lega spiegando a Maroni che «conviene a tutti andare avanti con una nuova giunta» e che a fine anno o a gennaio «tireremo le somme» per decidere se andare al voto anticipato con le politiche o tirare avanti sino al 2015. «Mi auguro prevalga il rispetto che dobbiamo ai nostri elettori e il senso di responsabilità», avverte il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani che domani riunirà gli organi di partito. Dal canto suo Formigoni- smaltiti i fischi incassati a Lecco da parte di militanti grillini e di Rifondazione - si dice «tranquillo». Accusa Maroni di aver lui introdotto l’argomento della possibile fine di legislatura e si dice pronto a ricandidarsi al Pirellone se la Lega staccherà ora la spina.
Il tira e molla è destinato quindi a durare ancora e nella trattativa entrerà non solo la composizione della giunta ma anche l’assetto del centrodestra in vista delle elezioni del prossimo anno. La possibilità che si voti con l’attuale legge elettorale resta infatti alta e lo schema del Cavaliere resta quello di sempre: «Non un voto va disperso per battere la sinistra».

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