ROMA - Malgrado gli inviti alla prudenza di Silvio Berlusconi, quando c’è da strapazzare la Lega il Pdl si ricompatta. Una conferma si è avuta ieri nell’affollata riunione che i maggiorenti lombardi del Pdl (Mantovani, Beccalossi, La Russa, Romani, Casero, Corsaro, Ravetto, Gelmini, Lupi, Santanché) hanno avuto con Roberto Formigoni. La linea del partito resta quella di rimettere insieme la giunta lombarda, attraverso la nomina di assessori tecnici e di traghettarla sino ad aprile nella speranza che l’alleanza regionale possa tramutarsi in una nuova alleanza spendibile sul piano regionale.
Il pressing nei confronti del Carroccio, che nel pomeriggio ha riunito il consiglio federale, resta comunque fortissimo e la minaccia delle urne subito Formigoni l’ha voluta concretizzare facendo consegnare ai consiglieri del Pdl al Pirellone le dimissioni nelle mani del capogruppo. Una prova di forza che preoccupa non poco Berlusconi che sarebbe pronto a concedere all’alleato leghista anche la candidatura al Pirellone in cambio della garanzia di un’intesa alle politiche. Lo stato maggiore del Pdl, Formigoni in testa, però non ci sta e a Bobo Maroni, nel corso di una concitata telefonata, è stata proposta la mediazione delle primarie di coalizione - da tenersi il prossimo anno - in modo da affidare l’ultima scelta al corpo elettorale.
Nel braccio di ferro tra i vertici del Pdl e il Cavaliere, che ieri ha seguito da Arcore tutte le fasi della difficile trattativa, si è infilato anche Umberto Bossi. Il Senatùr, che giovedì scorso chiedeva elezioni anticipate pochi minuti dopo la conferenza stampa tenuta da Maroni, Alfano e Formigoni in via dell’Umiltà, tiene alta l’asticella costringendo Maroni ad inseguire la base del partito che di nuove intese con il Pdl - magari valide anche per le elezioni politiche - non vuol sentir parlare. «Se volete che la Lega appoggi ancora Formigoni, dobbiamo avere la garanzia che il prossimo candidato sia espresso dal Carroccio», tuonava ieri Maroni nel corso dell’ennesima telefonata con il Cavaliere.
In effetti Berlusconi sta sperimentando in Lombardia quanto gli sia difficile sbarazzarsi del Pdl e, soprattutto, quanto sia complicato rompere e ricostruire un partito e un’alleanza. Il Cavaliere è però convinto che, persa Milano consegnata alla sinistra di Pisapia, la sfida per il centrodestra sarà tutta in salita e che nemmeno l’ex sindaco Albertini potrebbe invertire la rotta. Quindi, secondo i ragionamenti del Cavaliere, è assurdo fare le barricate e rischiare di consegnare non solo la Lombardia, ma anche il Paese alla sinistra.
La «condivisione al 100%», confermata ieri da Formigoni, tra il Pdl e la posizione del governatore rischia di accentuare ancor più la tensione tra il Cavaliere e Angelini Alfano. Con il primo che teme una manovra più o meno centrista per rendere improponibile un’alleanza con la Lega alle politiche di primavera. E’ per questo che ieri l’altro il Cavaliere ha inseguito al telefono il Senatùr: «Se continuate a chiedere il voto e a sparare contro Formigoni, a votare ci andiamo subito e salta tutto!». Stretto tra la voglia di dare una lezione di leadership a Maroni e l’esigenza di non rompere con l’unico leader-alleato che alla Lega è rimasto e che nella trattativa sulla legge elettorale continua a garantirlo, Bossi ha scelto la seconda strada lasciando che il consiglio federale desse un sostanziale via libera alla trattativa sulla giunta.
Sulla frantumazione dell’asse del Nord contano coloro, come gli ex ministri Frattini e Gelmini, che spingono per la nascita di un nuovo soggetto dei moderati che si ispiri al Ppe. Ed è per questo che Berlusconi ha deciso di non lasciar solo Alfano al congresso del Partito Popolare Europeo che si terrà dopodomani a Bucarest. Obiettivo del Cavaliere della trasferta romena è quello di ribadire alla Merkel e a tutti i leader del Ppe che «io il passo indietro l’ho fatto» ma che «altri lavorano per far vincere la sinistra di Bersani e Vendola che intendono rottamare l’agenda Monti».