I consiglieri del Pdl rimettono il mandato: pronti a lasciare
MILANO - Adesso alla Regione Lombardia va di moda il pallottoliere. Non per contare quanti stanno con Formigoni e quanti stanno contro, ma per provare a capire quanti giorni, settimane, o mesi mancano alle elezioni anticipate. Perché il punto dello scontro adesso è questo: il Celeste dice di voler tornare alle urne il più in fretta possibile, «entro 90 giorni». Che significherebbe gennaio. La Lega controbatte: «Va benissimo votare in primavera, ad aprile». Poi però sotto le dichiarazioni di intenti - e di sfida - ci sono comportamenti tutti da decifrare.
Roberto Formigoni, per esempio, scrive una lettera al presidente del Consiglio regionale per spronarlo ad avviare la discussione per cambiare la legge elettorale. Usa l’avverbio «rapidamente». Sapendo però che, per quanto rapido, il cammino di una legge così è piuttosto lungo. Bisogna intanto mettersi d’accordo su quale sistema elettorale approvare, bisogna avviare la discussione nelle commissioni, bisogna portarla in aula, bisogna votarla. Passano le settimane, insomma, anche i mesi. Che spingono in là l’ipotesi del «voto subito».
Anche la Lega Nord ci mette del suo a nascondere le carte. Maroni convoca la segreteria politica per ordire strategie che contrastino le escandescenze del Celeste, poi però finisce per discutere di quanti assessori mandare nella nuova giunta Formigoni, quella che dovrebbe traghettare al voto. Tre o quattro come vuole Maroni? O uno soltanto, simbolico, come vuole Salvini? E nessuno che si chieda a cosa possa servire una discussione così se l’ipotesi di una nuova giunta «ripulita e ridimensionata» annunciata dal governatore giovedì pare già tramontata.
Doveva essere il giorno dell’ultimatum, l’ennesimo ultimatum. Aveva detto Formigoni: «Se entro lunedì la Lega non cambia idea, ribadendo la volontà di interrompere la legislatura della Lombardia entro aprile, avvierò le procedure per andare al voto molto prima». La Lega non ha cambiato idea. Oggi il governatore è atteso in Consiglio regionale dove riaffermerà la volontà di ridare la parola alle urne ben prima di aprile. Ma non annuncerà le sue dimissioni da presidente, che sarebbero il solo modo per rendere certo un ritorno repentino al voto.
Comunque il Celeste non sembra intenzionato a rinunciare alla battaglia. Dalla sua non ha i vertici nazionali del partito, però può contare su una discreta fedeltà dei pidiellini che siedono nel consiglio regionale. I quali dopo essersi stretti intorno al capo hanno deciso di firmare le proprie dimissioni e affidarle al capogruppo. Un gesto per ora puramente simbolico. Diverrebbe dirompente solo se le dimissioni venissero depositate in presidenza insieme con quelle dell’opposizione: in un attimo solo il consiglio verrebbe sciolto. Allo stato un’ipotesi remota.
Firmate le dimissioni poi parcheggiate nelle stanze del capogruppo, i consiglieri del Pdl si sono anche dilungati nel sostenere di voler «approvare con forza, già dal consiglio regionale di settimana prossima, la modifica della legge elettorale e un provvedimento legislativo per il ridimensionamento dei costi della politica». Buone leggi e buoni propositi che normalmente chiedono parecchi mesi. Pensare che si possa fare in sette giorni è fantascienza. Di questo, almeno, sono convinti i leghisti: «Ormai anche Formigoni sa che si va a votare ad aprile. Al massimo può anticipare a fine febbraio. Ma senza election day si spenderebbero 50 milioni inutilmente. Vuole prendersi questa responsabilità?».