MILANO - Manco si conosce la data del voto e già impazzano le scommesse sui possibili candidati. Che nell’ambito del centrodestra sono troppi, e nel centrosinistra troppo pochi. Il pasticcio della Regione Lombardia ogni giorni si accende di novità. Adesso, mentre nei partiti si avviano i giochi per le poltrone che contano, vien fuori la questione delle primarie. Le propone la Lega Nord per voce di Maroni: «Così vediamo se gli elettori del centrodestra preferiscono un candidato leghista o uno del Pdl». Le caldeggia pure qualcuno del Pdl, compreso Alfano: «Il candidato sarà scelto democraticamente»: Però fanno infuriare Formigoni. «Primarie? Solo fra contendenti del Pdl».
In serata il Celeste fa sapere di aver chiesto una convocazione urgente del Consiglio Regionale per lunedì prossimo. Si sprigionano immediatamente le illazioni: vuole forse dimettersi? O forse vuole presentare la sua nuova giunta? Lui non risponde, ma la seconda è l’ipotesi più probabile. O meglio, l’ipotesi delle dimissioni è così improbabile da poter essere definita impossibile. La giunta però non è ancora pronta, Formigoni dice che gli rimane da parlare con la Lega per sapere se hanno qualche nome da proporre: «A proposito, chiamatemi Gibelli». Che è uno dei pochi leghisti che in questi giorni non ha interrotto i contatti con lui.
Il Celeste, in ogni caso, comincia a perdere i pezzi. Due consiglieri regionali del Pdl ieri hanno definito «suicide» le sue mosse di questi giorni e si oppongono alle dimissioni forzate. Altri nel partito mugugnano perché vedono messa a rischio un’alleanza con la Lega che considerano un bene non alienabile. E anche sulla data del voto c’è maretta. Il presidente della Regione insiste: «Se il 25 si scioglie il consiglio si potrebbe addirittura votare il 16 dicembre o il 23». Due giorni prima di Natale. Ignazio La Russa da Roma e il coordinatore lombardo, Mantovani, sostengono che sia impraticabile: «Direi che la prima settimana di febbraio può andare bene» è il parere dell’ex di An.
I mugugni, fra i berluscones, arrivano pure su un altro tema: quello della riduzione dei consiglieri da ottanta a sessanta. In realtà nessuno ne parla con entusiasmo, neanche nel centrosinistra. Se n’è accennato come a una remota possibilità, e alcuni del Pdl hanno già detto no. Così come c’è chi dice no all’idea - caldeggiata da Formigoni - di sponsorizzare una candidatura di Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, alla guida del Pirellone.
Quello delle possibili candidature è un tema che tiene banco. La Lega un nome ce l’ha già, è quello di Bobo Maroni e verrà «democraticamente» confermato nei gazebo che domenica saranno piazzati nelle piazze lombarde. Nel partito del Cavaliere la questione è più complessa. Il gruppo che fa capo al Celeste spinge per Albertini, ma le ambizioni sono assai diffuse. Maria Stella Gelmini ci pensa, e parecchi nel partito la spingono. Però anche gli ex An (perduto il Lazio) stanno facendo un pensierino a un candidato proveniente dalla loro area: Riccardo De Corato, storico ex vice sindaco di Milano, o lo stesso La Russa. Poi c’è chi non vedrebbe male Guido Podestà, presidente della provincia di Milano in cerca di sistemazione.
Nel centrosinistra il parterre dei pretendenti è meno affollato. Ed è un problema. Il nome che tutti sussurrano è quello di Umberto Ambrosoli, figlio del liquidatore della Banca Privata di Sindona che fu ucciso dai killer del finanziere. Ambrosoli sarebbe gradito praticamente a tutti i partiti della coalizione. Il problema è che lui ha detto molte volte no ad altre poltrone, e anche questa volta potrebbe ritrarsi. Se non sarà un «papa straniero» come Ambrosoli, gli altri candidabili sono pochi. Uno è Bruno Tabacci, ma anagrafe e scarsa consistenza del suo partito (quello di Rutelli) fanno storcere il naso ai più. Gli altri sono targati Pd: Pippo Civati, il rottamatore della Brianza, e l’attuale capogruppo in regione, Martina. Entrambi però dovrebbero innanzitutto lottare per uscire dall’anonimato.