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Pescara, 15/06/2026
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Data: 22/10/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Pensioni. Crollano i nuovi assegni: meno 35,5% rispetto al 2011. Con la riforma altra stretta dal 2013. Salgono i requisiti: serviranno 42 anni e 2 mesi per lasciare (Guarda la tabella)

ROMA L’effetto combinato dell’introduzione della finestra mobile, e dello scalino sull’età minima scattato nel 2011, si sta facendo sentire. Il numero di nuove pensioni erogate dall’Inps, comprese quelle dell’ex Inpdap, è letteralmente crollato. Nei primi nove mesi di quest’anno si è scesi a quota 199.555, contro 309.468 dello stesso periodo del 2011. Vuol dire ben il 35,5% di nuovi assegni in meno. E’ una marcia indietro molto forte, e che non incorpora ancora le novità della riforma Fornero che cominceranno a farsi sentire a partire dall’anno prossimo, quando finiranno le uscite dei lavoratori che ancora vanno in pensione con le vecchie regole. A quel punto per ricevere l’assegno le donne dipendenti del settore privato dovranno aver compiuto almeno 62 anni e tre mesi nel 2013.
Tra gennaio e settembre il SuperInps, che l’anno scorso ha incorporato Inpdap, ha liquidato al settore privato 140.616 nuove pensioni, il -37,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e 58.939 (-22,2%) nel pubblico. Un calo complessivo di 110.000 pensioni che significa il 35,5% in meno. Nell’ambito del settore privato sono soprattutto quelle di anzianità ad aver subito un tracollo. In nove mesi ne sono state erogate il 44,1% in meno, quasi la metà. Le pensioni di vecchiaia sempre nel privato sono diminuite del 28,7%. I lavoratori autonomi ne hanno fatto più degli altri le spese, mentre per i lavoratori dipendenti il calo si è fermato a -21,69%.
Le norme sullo scalino introdotte dal ministro del governo di centro sinistra Cesare Damiano del 2007, e la finestra mobile della riforma Sacconi-Tremonti del governo di centro destra, stanno producendo quindi risultati molto visibili. Nel giro di un anno questo innalzamento dell’asticciola per avere diritto all’assegno ha fatto salire l’età media di uscita dal lavoro nel settore privato da 60,3 anni a 61,3 anni, mentre nella pubblica amministrazione si è passati da 60,8 anni a 61,2 anni.
«I numeri confermano che il sistema è in sicurezza» commenta all’Ansa il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, non nascondendo che il calo del numero delle nuove pensioni va persino oltre le previsioni. «Le riforme fatte stanno dispiegando i loro effetti con risultati positivi sulla finanza pubblica». A partire dai conti dell’istituto. E l’anno prossimo, quando cominceranno ad arrivare gli effetti della riforma Fornero «il risultato si stabilizzerà».
Con l’innalzamento dell’età media di uscita stiamo rapidamente accorciando la distanza che separava dalla Germania. Quella con la Francia, dove l’età media per il ritiro è 59,3 anni, l’abbiamo ampiamente cancellata. In media i tedeschi vanno in pensione a 61,7 anni. «Penso che l’anno prossimo raggiungeremo e supereremo la Germania», dice Mastrapasqua.
I tedeschi vanno in pensione con un assegno pari al 58,4% dell’ultima contribuzione, mentre i lavoratori italiani, beneficando ancora del sistema retributivo, hanno un tetto di sostituzione intorno all’80%. Ma non siamo i più ricchi d’Europa, tutt’altro. Il pensionato tedesco riceve una pensione più bassa della nostra, ma in Germania il fisco per chi è fuori dalla vita lavorativa è molto più leggero.
Cesare Damiano chiede al governo che «le risorse che emergono dal crollo dei nuovi assegni per il settore pensionistico siano destinati ai lavoratori esodati». «Il Governo - spiega Mastrapasqua - ha stanziato 9 miliardi, li ha messi in bilancio spalmati fino al 2019. Altri 100 mila sono nella legge di stabilità». Con questi introiti, rileva, possiamo sistemare 140 mila esodati.

Con la riforma altra stretta dal 2013
Salgono i requisiti: serviranno 42 anni e 2 mesi per lasciare

ROMA - «E’ impensabile che la vita pensionistica sia più lunga della vita lavorativa. E' impensabile che si lavori trent'anni per poi stare in pensione 35-40 anni». Ecco, la filosofia di fondo della riforma invocata a gran voce dall’Europa e capace di far risparmiare 22 miliardi nei prossimi 8 anni, sta tutta in queste parole di Elsa Fornero.
Già da quest’anno, il pensionamento anticipato con 40 anni di attività, a prescindere dall'età anagrafica, è stato cancellato. Per ottenere la pensione prima dell'età della vecchiaia occorrono 42 anni ed un mese per gli uomini e 41 e un mese per le donne.
Nel 2013 il requisito sale a 42 e 2 mesi, per attestarsi a 42 e 3 mesi a partire dal 2014 (per le donne, rispettivamente, 41 e 2 mesi e 41 e 3 mesi). Anche questi requisiti saranno parametrati alle speranze di vita, dal 2013.
Se si chiede la pensione di anzianità prima dell'età prevista per la vecchiaia, l'assegno verrà corrisposto, per la quota retributiva, con una riduzione pari al 2% per ogni anno di anticipo. La riforma (che nel biennio 2012-2013 ha bloccato l'adeguamento annuale delle pensioni all'inflazione, salvaguardando solo gli assegni fino a 936 euro) punta ad allineare l’età pensionabile delle donne con quella degli uomini con l’obiettivo finale di arrivare a quota 66 anni per tutti. Dal 1° gennaio 2012, infatti, l'età per il pensionamento femminile è salita a 62 anni. Il limite sarà ulteriormente elevato a 64 anni nel 2014. I 64 anni diverranno poi 65 nel 2016 per attestarsi a 66 nel 2018. Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiane e coltivatrici dirette), invece, lo scalone del 2012 è di 3 anni e 6 mesi (l'età sale a da 60 a 63 anni e mezzo). Il resto del cammino, sino al traguardo dei 66 anni nel 2018, è lo stesso di quello delle dipendenti. L’impronta sulla riforma Elsa Fornero l’ha lasciata soprattutto sul meccanismo di calcolo delle pensioni. Il ministro ha mandato in soffitta il modello retributivo. Sostituendolo con il meccanismo contributivo. Si tratta, in realtà, di una misura che ha solo accelerato quanto previsto dalla riforma Dini del 1995, dalla quale restarono esclusi coloro che avevano, in quel momento, più di 18 anni di servizio e che mantennero il vantaggioso metodo di calcolo retributivo (2% dello stipendio per ogni anno di lavoro). Con la riforma, i versamenti di tutti i lavoratori saranno calcolati col metodo contributivo. Sistema che tiene conto di quanto effettivamente versato e della speranza di vita media al momento del pensionamento, come succede per tutti quelli che hanno cominciato a lavorare dopo il '95 e per coloro che a quel tempo avevano meno di 18 anni, i cui versamenti dal '96 in poi vengono appunto calcolati con il sistema contributivo. Verrà applicato il meccanismo pro-rata. E cioè si terrà conto della sola contribuzione versata dopo il 31 dicembre 2011. Per evitare squilibri sui conti pubblici c'è una clausola di salvaguardia in base alla quale l'importo della pensione calcolata con il pro-rata non può comunque superare quello che sarebbe scaturito dal calcolo interamente retributivo. Uno dei punti più importanti della riforma è il sistema di manutenzione messo a punto per il futuro.

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