PESCARA Scegliendo di non avanzare alcuna proposta di riordino delle Province, la classe politica abruzzese ha messo a nudo le sue fragilità e le sue contraddizioni, evidenziando la carenza di una visione coerente, unitaria e di alto profilo per il futuro della Regione. Il Consiglio regionale si è limitato ad inoltrare al Governo una risoluzione nella quale afferma che l'Abruzzo è per l'abolizione di tutte le Province, e minaccia di ricorrere alla Corte Costituzionale. La palla, però, di fatto passa a Roma, che ora ha la piena facoltà di decidere la futura architettura giurisdizionale dell'Abruzzo. Il giorno dopo la mancata proposta della Regione, il panorama politico assume i contorni di una babele, caratterizzata da una guerra di tutti contro tutti. La vittoria dell'asse Idv-Pdl premia solo i dipietristi, che conducono da anni la battaglia per l'abolizione delle Province. Poco importa che la risoluzione della Regione sia soltanto una dichiarazione d'intenti, destinata a non produrre effetti concreti. Per il Pdl, invece, la convergenza sulla posizione dell'Idv è una palese dichiarazione d'impotenza, ovvero la resa di fronte all'impossibilità, o all'incapacità, di comporre la frammentazione all'interno del partito, dilaniato dalle spinte localistiche dei territori. «Il voto contro l’ingiusto accorpamento delle Province è un evento storico, che dice no a un pasticcio che non ridurrebbe i costi della politica - si difende Lanfranco Venturoni, capogruppo del Pdl in Consiglio Regionale -. Qualora il Governo non recepisca la nostra proposta, il presidente Chiodi farà ricorso alla Corte Costituzionale». Il consigliere Federica Chiavaroli parla di «prova di coraggio», e il portavoce Riccardo Chiavaroli, aggiunge: «Con questo voto la Regione ha compiuto un altro passo nel suo cammino virtuoso, superando le logiche territoriali e dimostrando la maturità e la lungimiranza di una classe politica degna di questo nome». Dichiarazioni che appaiono avventate, almeno a giudicare dalla burrasca che anima il centrodestra abruzzese. «La decisione della Regione è una non decisione - attacca Umberto Di Primio, sindaco di Chieti targato Pdl -. È una vergogna che dal Consiglio non sia uscita una proposta da inviare al Governo». Di Primio è ancora più esplicito: «E' una posizione di debolezza che mette in pericolo l’intera Regione, la quale rischia un riordino deciso da chi non conosce il territorio, le sue peculiarità e le sue esigenze». Secondo le indiscrezioni, l'orientamento del Governo è quello di assecondare la decisione assunta dal Cal, con l'istituzione di due Province: Pescara-Chieti e L'Aquila-Teramo, con Pescara e L'Aquila capoluoghi. Polemico anche il presidente della Provincia di Chieti, Enrico Di Giuseppantonio, che guida una maggioranza di centrodestra: «Si è scritta una brutta pagina nella storia dell’Abruzzo, con una non decisione che suscita tristezza e che rischia di alimentare forti tensioni». Se Atene piange, Sparta non ride. Il centrosinistra si è polverizzato: l'Idv ha votato con il Pdl, il Pd ha abbandonato l'aula, Rifondazione, Sel e Comunisti Italiani hanno votato contro. «E' un imbroglio ai danni dei cittadini abruzzesi, che relega la Regione in una posizione di debolezza - alza i toni Camillo D'Alessandro, capogruppo regionale dei democratici -. Nonostante il Pdl si fosse rimangiato l'accordo raggiunto in commissione, avevamo dato disponibilità a convergere su altre ipotesi, affinché si uscisse con una proposta condivisa, in grado di dare forza alla Regione nella trattativa col Governo. E invece è andata in scena questa farsa». Neanche il Pd, nel lungo iter attivato dal decreto del Governo, ha mostrato un atteggiamento chiaro, lineare e coerente: prima la posizione a favore delle due Province, che ha prevalso nel Cal, poi l'accordo con il Pdl nella seconda commissione (zero Province e valorizzazione dei sette ambiti territoriali individuati dal Quadro di riferimento regionale) e infine il rilancio sulla Provincia unica o sulle tre Province. Sullo sfondo le divergenze tra i livelli territoriali del partito. «Nelle loro dichiarazioni di voto i consiglieri regionali del Pd hanno svenduto il territorio teramano per avallare la proposta di abbandonare l’aula - attaccano Ilaria De Sanctis, Mirko De Berardinis, Lucia Verticelli e Antonio Topitti, del Pd teramano -. Ci hanno fatto capire chiaramente quanto sia importante Teramo per loro». Valutazioni opposte rispetto a quelle del Pd teatino. «Ancora una volta - rileva il capogruppo provinciale Camillo D'Amico - paghiamo la forte trazione teramana del governo regionale, il cui presidente ha ufficializzato la sua proposta in maniera tardiva, e solo per sparigliare il verdetto del Cal». Il numero uno del Pd alla Regione non si nasconde. «E' vero, al nostro interno sono emerse istanze diverse, talvolta addirittura contrapposte - ammette Camillo D'Alessandro - ma a differenza del Pdl, il Pd è riuscito a trovare una sintesi».