Bocciato l’allungamento dell’orario dei docenti a parità di stipendio
ROMA Il Parlamento prova a riscrivere la legge di stabilità nelle sue parti con maggiori e negative ricadute sui cittadini. Dopo il voto sugli esodati, ieri le Commisioni competenti hanno deciso di eliminare i tagli lineari alla sanità, di bloccare la retroattività delle detrazioni fiscali e di cancellare l’ipotesi di allungare l’orario dei professori a parità di stipendio. Tra due settimane inizierà l’esame ufficiale del provvedimento e su diverse modifiche apportate in Commisione lo stesso governo si è detto disponibile. Proprio la disponbilità dell’esecutivo ha spinto molti parlamentari della «strana maggioranza» a farsi avanti confidando in una riscrittura complessiva meno ruvida della legge. Ieri la commissione Affari sociali della Camera ha votato all'unanimità un emendamento alla legge di stabilità che cancella il taglio di 600 milioni per la sanità nel 2013, coperto con tagli lineari ai ministeri. Sulla proposta, che ora dovrà essere esaminata dalla commissione Bilancio, il governo si era rimesso all'Aula. Inoltre si lavora per fare in modo che le nuove misure su deduzioni e detrazioni (franchigia e tetto) siano applicate solo a partire dal prossimo anno. Infatti sembra abbastanza certo che il governo rivedrà il capitolo detrazioni, sia eliminando la norma sul tetto di 3mila euro sia riguardo alla retroattività. Si starebbe ragionando sulla possibilità di modulare le detrazioni in base al numero dei figli, come lascia intendere ad esempio il ministro Riccardi. «Lo stop alla retroattività «è l'applicazione di una regola aurea che peraltro fa parte della legislazione del nostro Paese - commenta Susanna Camusso segretario della Cgil - per cui le norme fiscali non possono avere effetto retroattivo». Per Camusso «in realtà è sbagliata quella norma che taglia gran parte delle detrazioni e delle deduzioni a gran parte del lavoro e indebolisce il potere d'acquisto sottraendo la capacità di ridurre il peso fiscale». La riflessione dell'esecutivo riguarda anche l'Iva: l'orientamento, si apprende da fonti ministeriali, è quello di lavorare per evitare l'aumento dello scaglione d'Iva più basso, quello del 10%, che incide in misura più netta sui consumi di base delle famiglie, ma al momento sembrerebbe confermato invece l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%. Sul fronte Irpef la partita è strettamente intrecciata alla riflessione che si sta facendo sul cuneo fiscale. Per agire sul costo del lavoro è infatti necessario dirottare le risorse del previsto taglio degli scaglioni più bassi dell'Irpef e dunque se si dovesse procedere su questo versante sarebbe comunque d’obbligo rinunciare al taglio deciso qualche settimana fa dal Consiglio dei ministri. Il governo non sarebbe contrario ma sta valutando: incidere sul cuneo fiscale potrebbe avere un impatto eccessivo sui conti e risultare più costoso. Incertezza anche sulla Tobin tax. Il governo sta facendo retromarcia anche sulla scuola: viene escluso definitivamente che venga riproposta la norma sull'aumento dell'orario per gli insegnanti a parità di stipendio. Norma che aveva suscitato l’opposizione della categoria. Stop all'aumento del contributo unificato per le impugnazioni che vengono respinte e a quello per le controversie alle quali si applica il rito abbreviato: sono alcune delle modifiche approvate dalla commissione Giustizia della Camera nel corso dell'esame della legge. Spunta anche la richiesta di cancellare la norma che prevede incentivi agli uffici che abbiano ridotto i carichipendenti del 5% in luogo dell'ordinario 10%. La partita in Parlamento è appena iniziata: dalla settimana prossima l'esame della manovra entrerà nel vivo. Il 31 ottobre scade il termine per la presentazione degli emendamenti e inizierà la vera partita col governo. Che, promette il ministro Fornero, «è disposto a cambiamenti ma tra questi quello di non togliere l'indirizzo di attenzione sociale che ritengo la legge di stabilità ha avuto nella sua impostazione iniziale. Un'impostazione che aveva un senso e continua ad averlo».