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Data: 27/10/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Lo sfogo del Cavaliere: atto di barbarie, democrazia finita «Mi hanno voluto sfregiare sono tentato di espatriare»

La notizia piomba ad Arcore. Santanchè chiama: devi tornare in campo

«Continua la caccia all’uomo, quelli non si fermano davanti a nulla, mi vogliono vedere morto», ha detto il Cavaliere a un interlocutore al telefono. Poi, cercando di mettere in fila i pensieri: «La verità è che ancora mi temono. Sanno che anche se non sarò candidato alla premiership la mia presenza in politica sposta milioni di voti, dunque l’accanimento continua. Ma è tutto così assurdo, campato in aria... Io in quegli anni ero premier e non mi occupavo delle mie aziende. Come potevo commettere quelle frodi?!».
A metà pomeriggio, mentre su Arcore si abbatteva una pioggia fitta e nebbiosa, è arrivata la telefonata di Daniela Santanché. La pasionaria gli ha lanciato un appello: «Devi restare, devi tornare in campo, ripensare al passo indietro. Senza di te si ammaina la bandiera del garantismo e torniamo nelle tenebre del giustizialismo. Il Paese finisce nelle mani dei giudici». Berlusconi ha tentennato. Poi ha respinto l’avance: «No, ormai è tardi, ormai ho detto che passo la mano e che ci saranno le primarie. Non si può cancellare tutto».
Cresce piuttosto la voglia di «mollare tutto». Di lasciare l’Italia dopo questa condanna. Tanto più che tra non molto arriverà la sentenza sul caso-Ruby e in settimana è prevista la partenza per Malindi. Una nuova vacanza (passeggiate, dieta e buone compagnie) nel resort di Flavio Briatore. Lì lo seguirà anche l’amico Ennio Doris, il patron di Mediolanum. «Quando non si può contare sull’imparzialità dei giudici un Paese diventa incivile, barbaro, invivibile e cessa di essere una democrazia. E’ triste, ma la condizione dell’Italia è questa», dirà il Cavaliere alle 18.30 in un collegamento telefonico con Studio Aperto, uno dei tiggì di cui è editore.
Nella stessa telefonata, Berlusconi ha respinto con forza l’ipotesi che il suo passo indietro fosse collegato alla sentenza: «Nessun collegamento. Ero certo di essere assolto da un’accusa totalmente falsa e fuori dalla realtà. Io e i miei avvocati eravamo assolutamente certi dell’assoluzione».
Eppure, nel Pdl, c’è chi suggerisce l’esistenza di un legame tra la sentenza e l’annuncio di mercoledì. Che, insomma, il Cavaliere abbia voluto anticipare i giudici. Lanciargli un messaggio: me ne vado da solo. Sperando nella loro indulgenza e che gli fosse concesso l’onore delle armi. E, soprattutto, evitare che fosse l’odiato Tribunale di Milano a risultare, alle cronache e alla storia, come la vera causa del suo beau geste. Allora, altro che padre nobile del Pdl, altro che suggeritore della nuova covata di giovani berlusconiani.
Alle sei di sera Berlusconi ha deciso di uscire allo scoperto per professare la sua innocenza in tv. Ha cominciato proprio smentendo l’esistenza di un legame tra la sua rinuncia a candidarsi a premier e la condanna: «Ero certo di essere assolto da un’accusa totalmente fuori dalla realtà. Questa è una condanna che posso tranquillamente definire politica, incredibile e anche intollerabile. Non si può andare avanti così».
Lo sfogo televisivo di Berlusconi non si è fermato con queste parole. E’ proseguito cercando di dimostrare l’infondatezza del teorema accusatorio dei giudici di Milano: «Questa sentenza assurda è la prova provata di un vero e proprio accanimento giudiziario e dell'uso della giustizia che è di lotta politica. L'accusa mi vorrebbe socio occulto di due imprenditori americani che io non ho mai neppure conosciuto. Quest'accusa non ha nessun riscontro con la realtà: ci sono anzi molte prove contrarie e due assolutamente inoppugnabili, che escludono assolutamente questa eventualità. Se io fossi stato socio di questi imprenditori, sarebbe bastata una mia telefonata ai responsabili dell'ufficio acquisti di Mediaset per determinare l'acquisto dei diritti che loro volevano vendere, senza che ci fosse bisogno di pagare nessuna tangente. Ma soprattutto, se fossi stato socio di questi imprenditori, sarei venuto immediatamente a conoscenza del pagamento di una tangente oltretutto così elevata, 15 milioni di euro, ai responsabili dell'ufficio acquisti di Mediaset e non avrei potuto far altro che provvedere all'immediato loro licenziamento, visto oltretutto che da questi responsabili passavano acquisti di diritti televisivi per oltre 750 milioni all'anno, non solo i 35 milioni di questi due imprenditori. Nessun imprenditore si sarebbe potuto comportare diversamente consentendo ai responsabili del suo ufficio acquisti di continuare a rubare a danno suo e della sua azienda».
Non solo. Berlusconi ha poi snocciolato le solite cifre, volte a dimostrare l’accanimento contro di lui: «Senza dubbio è una sentenza politica, come sono politici i tanti processi che si sono inventati a mio riguardo: più di 60 procedimenti, più di mille i magistrati che si sono occupati di me e del mio gruppo, abbiamo subito 188 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di Finanza e si sono tenute 2.666 udienze in 18 anni, più di 400 milioni abbiamo dovuto spendere per avvocati e consulenti e poi ci sono quei 564 milioni che ho dovuto versare a De Benedetti per quella che non è la rapina del secolo ma la rapina del millennio».

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