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Data: 27/10/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Lombardia, Consiglio a casa prossime elezioni senza listino

Dopo 17 anni si chiude l’era Formigoni, ma lui dice: ci rivedremo

MILANO - Stranezze della politica: nel giorno in cui deve dire addio alla sua Lombardia, Formigoni è raggiante più che mai. Come se la sconfitta che lo costringe a scendere dal trono causa assessori in carcere e consiglieri indagati (compreso lo stesso Celeste) fosse ricompensata dalla piccola rivalsa di una battaglia vinta nel Pdl e contro la Lega sulla data di arrivo al capolinea: «Venerdì 25 avevo detto, venerdì 25 è stato». Previsione azzeccata, soprattutto a dispetto dei padani e dei berlusconiani che hanno lavorato affinché accadesse il contrario.
Alle 4 del pomeriggio settantaquattro consiglieri su ottanta si sono dimessi insieme, compresa Nicole Minetti. Tutti a casa dopo due anni e mezzo, legislatura chiusa in anticipo, adesso elezioni. Roberto Formigoni chiude così la sua quasi ventennale dominazione sulla «Regione più importante d’Italia». E’ innegabile che sia una batosta: ha sempre arcignamente rifiutato di fare un passo indietro di fronte all’incalzare di scandali e di provvedimenti giudiziari che hanno investito lui e la sua maggioranza. Ora il passo indietro lo ha fatto a forza.
Impensabile quindi una sua nuova candidatura per la Lombardia, non ce lo vogliono più. Tuttavia non si sente messo da parte e si prepara alle primarie del centrodestra indette da Berlusconi per il 16 dicembre perché - confida ai suoi - nel partito la sua autorevolezza è cresciuta. La Lega Nord, forte di un accordo col Cavaliere, era sicura che le dimissioni di massa pronosticate dal Celeste non ci sarebbero state, non ieri per lo meno. E in effetti da Arcore sono state fatte vigorose pressioni sui consiglieri del Pdl perché non assecondassero il diktat di Formigoni. Ma, con sua grande esultanza, non sono servite.
Ancora ieri mattina, mentre il Carroccio imbastiva una sorta di ostruzionismo in aula per allungare i tempi dell’approvazione di una nuova legge elettorale, nei capannelli del Pdl si facevano i conti: «Formigoni non ce la fa. Per le dimissioni del consiglio servono 40 firme, l’opposizione ne ha ventotto, ne occorrerebbero altre tredici, lui ne ha appena otto». All’ora di pranzo, invece, i pidiellini si sono riuniti e sedici hanno alzato la mano a favore delle dimissioni.
Alla fine la legge elettorale che abolisce il listino viene approvata e le dimissioni di massa incassate. Convincendo ancor di più Formigoni che la vittoria in questo braccio di ferro possa dargli prestigio nel partito. E, soprattutto, che possa attrarre su di sé i consensi di chi («tantissimi» sostiene) mal sopporta la supremazia dell’alleanza con la Lega a danno di una possibile intesa coi centristi. La partita lombarda, comunque, non è ancora finita. C’è una piccola battaglia da combattere: Formigoni vuole andare al voto entro fine gennaio, il Carroccio e i berlusconiani spingono per accorpare regionali e politiche, ad aprile. Ma c’è soprattutto una battaglia grande da ingaggiare, quella sul candidato: il Celeste sostiene che dev’essere un uomo del Pdl (possibilmente Albertini); i leghisti vogliono imporre Roberto Maroni, sicuri di un appoggio del Cavaliere e di Alfano a cui garantirebbero una rinnovata fedeltà alle politiche.

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