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Data: 04/11/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Province, la Consulta decide sui ricorsi delle Regioni. La rivolta arriva martedì alla Corte Costituzionale, dubbi di legittimità

ROMA - Mentre divampano le polemiche sui tagli al numero delle Province e sul loro accorpamento decisi mercoledì dal governo, approdano alla Corte costituzionale i ricorsi delle Regioni contro il decreto Salva Italia del 4 dicembre 2011 che, all’articolo 23, svuota gran parte delle competenze delle stesse Province, modificandone integralmente anche il sistema elettorale. A impugnare per vizio di costituzionalità l’articolo sono otto Regioni distribuite su tutto il territorio nazionale: Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Molise, Campania e Sardegna, ma tutte amministrate, almeno al momento della delibera di ricorso, da giunte di centrodestra.
La Consulta si occuperà del caso a partire da dopodomani. Relatore il giudice Gaetano Silvestri, lo stesso che ha dato il via libera al conflitto di attribuzione sollevato dal capo dello Stato verso la procura di Palermo per le intercettazioni sulla presunta trattativa Stato-mafia. La sentenza che verrà appare tra le più incerte possibili, data la complessità del caso e le molte sfaccettature della questione sollevata dalle Regioni davanti alla Corte.
Le nuove norme decise dal governo, e contestate dalle Regioni, stabiliscono che i Consigli provinciali siano formati da non più di dieci membri eletti dai Consigli dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia e che il presidente della Provincia sia eletto dai consiglieri comunali tra i sindaci e i consiglieri comunali stessi. I ricorsi presentati contro l’articolo 23 sostengono l’incostituzionalità della norma, perché «gli articoli 5, 114 e 118 della Costituzione non consentono al legislatore ordinario di modificare la natura degli enti costitutivi della Repubblica, quali enti del governo territoriale rappresentativi delle rispettive comunità e tra essi equiparati quanto a natura e struttura». In altre parole, secondo i ricorrenti, il governo Monti è intervenuto sulla Costituzione con norme ordinamentali che non possono essere inserite in un decreto legge che ha l’obiettivo di salvaguardare le finanze pubbliche. Tanto più - affermano - che non producono risparmi di spesa. Altro motivo del ricorso è che alle nuove Province vengono attribuite funzioni di indirizzo e di coordinamento nei confronti dei Comuni che possono essere giustificate solo da una sovra-ordinazione delle Province rispetto ai Comuni. Cosa non prevista dall’art. 114 della Costituzione, anche alla luce del fatto che le stesse Province, i cui membri sono eletti dai consiglieri comunali del territorio, vengono trasformate in enti di secondo grado.
Sempre in tema di Province, altro lavoro per la Consulta scaturirà dalla riduzione del loro numero che - radicati campanilismi o meno - lascia prevedere una pioggia di ricorsi alla Corte. Protesta già il governatore del Veneto, Luca Zaia, che definisce la riforma delle Province nella sua Regione «un’opera di macelleria istituzionale». Mentre il caso entra nel dibattito delle primarie del Pd, dove Matteo Renzi e i suoi, fautori della linea dell’abolizione di tutte le Province, accusano di «disattenzione» il Pd che, «con più coraggio» avrebbe potuto contribuire a «una riforma globale delle istituzioni locali: si poteva cambiare la storia - osserva Renzi - così invece si cambia al massimo qualche pagina di geografia».

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