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Data: 04/11/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Riordino delle Province - I focolai di protesta: Rieti e Viterbo; Frosinone e Latina; Ascoli, Macerata e Fermo; Perugia e Terni; Chieti e Teramo

Rieti con Viterbo per decreto
ma sale la voglia di secessione


RIETI - Venti chilometri e un mare di guai. E se i primi sono stati sufficienti per accorpare Rieti a Viterbo con la forza di un decreto, le tegole vere cadono ora tutte sulla testa dei reatini. E non è un capriccio, un problema di campanilismo, di storia e tradizioni che Tuscia e Sabina non hanno per nulla in comune. E’ solo una questione di logica geografica, di vie di comunicazioni inesistenti e chilometri, tanti, che dovranno essere percorsi per raggiungere il nuovo capoluogo. Che per decreto sarà a Viterbo, così come la Prefettura, la Questura, l’ufficio scolastico, la Motorizzazione e via elencando. Il problema investe tutta la popolazione sabina, non soltanto i circa mille dipendenti dell’organizzazione dello Stato sul territorio, molti dei quali, per continuare a prendere lo stipendio, dovranno per forza e buona voglia puntare l’ago della bussola verso Viterbo.
Un scoglio vero, tanto che nei territori marginali del Reatino si sono già messi in moto movimenti secessionisti. Nell’alto Velino e nel Cicolano nessuno nasconde l’indignazione e tutti guardano verso l’Abruzzo. «Andare a Viterbo, da qui, è un viaggio della speranza - osserva il sindaco di Borgorose, Michele Nicolai - per prima cosa, aspettiamo l’esito del ricorso al Tar presentato dai Comuni, quindi il pronunciamento della Corte Costituzionale sul cambiamento del sistema elettorale per le Province, atteso per la prossima settimana: il nostro primo obiettivo è che la provincia di Rieti rimanga in vita. Ma se così non dovesse essere, siamo pronti a percorrere tutte le tappe necessarie per annetterci all’Abruzzo». Per capirci, raggiungere Viterbo da Borgorose significa fare quasi tre ore di auto. E le cose non cambiano molto se ci si muove da Fiamignano, Petrella Salto, Amatrice, Borbona, Posta. Solo da Rieti, ci si impiegano quasi due ore. E il viaggio è possibile solo su gomma (passando per Terni), non esistendo un collegamento ferroviario. Mercoledì, intanto, ci sarà il primo confronto tra i presidenti Meroi (Viterbo) e Melilli (Rieti). Che per venerdì ha convocato tutti i sindaci del Reatino per fare il punto della situazione. La strada è ancora lunga, non solo metaforicamente parlando.

Frosinone, mobilitazione
per salvare il capoluogo


FROSINONE - La Ciociaria aveva i requisiti, Latina no. Ma l’unico vero effetto della fusione tra le due province sarà devastante per la Ciociaria: la perdita del rango di capoluogo. «E quindi di tutte le sedi istituzionali - dice il primo cittadino di Frosinone, Nicola Ottaviani - con un impatto drammatico sui posti di lavoro. Stimiamo una perdita tra i 500 e i mille posti nei soli uffici pubblici. Centinaia di famiglie saranno costrette a trasferirsi se non vogliono perdere il lavoro o comunque a un pendolarismo esasperante». Per questo motivo l’esponente del Pdl ha convocato per venerdì prossimo in Comune deputati e senatori eletti in Ciociaria, i parlamentari europei, i sindaci e i rappresentanti dei partiti. «Ho invitato anche il Movimento 5 stelle - dice Ottaviani - Voglio che tutti oggi si impegnino in questa battaglia». Due gli obiettivi: modificare il decreto in sede di conversione il legge. O, in caso di sconfitta, impegnarsi ad una revisione futura. Una strada strettissima anche perché questa battaglia non pare ancora appassionare i cittadini. Ottaviani e il presidente della Provincia, Antonello Iannarilli, minacciano di portare mille frusinati a Roma, ma a differenza di quanto accaduto a Cassino - dove si è riusciti a salvare il Tribunale con una mobilitazione imponente - a Frosinone non è nato neppure un comitato. Persino sul web ci si limita a ipotizzare soluzioni fuori tempo massimo come la creazione di una città metropolitana (con Alatri, Ferentino e Ceccano) per superare i 120 mila abitanti di Latina. «La verità è che la vera palude è qui, non in agro pontino - sbotta Ottaviani - è il pantano di una classe dirigente immobile». Frosinone rischia di perdere in un colpo solo Prefettura, Questura, comandi provinciali di carabinieri, finanza e vigili del fuoco, ma anche Ater, Asl, Camera di commercio, Consorzi industriali. Competenze e personale passerebbero tutte a Latina. «Con il rischio - dice Ottaviani - che non ci sarà alcun risparmio perché bisognerà costruire nuovi uffici pubblici o affittarli». Da Latina intanto il presidente della Provincia Armando Cusani la riunificazione non la vuole proprio: «Abbiamo indicatori virtuosi su indebitamento, personale ed efficienza non possiamo consentire che siano i nostri cittadini a pagare per riequilibrare chi come Frosinone ha indicatori molto meno virtuosi».

Ascoli, Macerata e Fermo
è battaglia sulla città leader


ANCONA – Le Marche scendono da cinque a tre Province. Macerata, Fermo e Ascoli non rispettavano i parametri (popolazione e superficie) e sono state assemblate in un unicum che si chiama Marche sud. La nuova super-Provincia avrà 716 mila abitanti e si affiancherà a quella di Ancona (481 mila abitanti) e Pesaro Urbino (366 mila). Il Consiglio regionale aveva proposto invano il ritorno alle quattro Province che costituivano la geografia delle Marche fino al 2009: Pesaro, Ancona, Macerata e Ascoli con dentro Fermo. La richiesta in aula era peraltro passata aprendo un ventaglio di polemiche, soprattutto tra i fermani, contrari a una ipotesi di riassetto che salvava tutti tranne Fermo, Provincia nata appena tre anni fa dopo decenni di battaglie. Nella nuova Marche sud ora si apre la grande partita del capoluogo. Il governo aveva stabilito un criterio: il Comune più popoloso. Sarebbe dovuto toccare ad Ascoli, che ha 51 mila abitanti, più popolosa di Macerata (43 mila) e Fermo (37 mila), se Patroni Griffi e Cancellieri non avessero inserito nel decreto una postilla: «Salvo diverso accordo tra i Comuni». Ascoli è andata su tutte le furie. Cesetti, presidente della Provincia di Fermo, ha subito contattato Macerata: «Sosteneteci, siamo baricentrici». Ma Macerata spera ancora nel Parlamento: «L’assetto a quattro è il più adeguato per garantire i servizi», insiste il presidente Udc Pettinari.

Per evitare Perugia-pigliatutto sede dell’ente unico a Terni

PERUGIA - Per settimane è stato un coro di «non si tocca», con poche eccezioni, di fronte alla decisione del governo che accorpa Terni a Perugia, per dar vita all’unica Provincia dell’Umbria con sede a Perugia. Poi ecco «il pronti al ricorso». Ma il segnale di un fronte meno granitico è arrivato ieri: la segreteria della Funzione pubblica Cgil (con Vanda Scarpelli) ha dato un colpo alla botte senza curarsi del cerchio: «E’ inutile - ha detto - la difesa a oltranza della Provincia di Terni, i cittadini sono interessati invece a salvare i servizi». La Cisl (col segretario regionale Sbarra) da tempo insisteva sulla necessità delle semplificazioni e invitava a spendersi per il futuro dei dipendenti (1.400 nei due enti) e della qualità della proposta ai cittadini. Il sempre meno esile partito che intende prendere atto dell’accorpamento e andare avanti si è dato una road map. Prima tappa: provare a portare la sede dell’unica Provincia umbra a Terni per evitare che coincida con Perugia, sede della Regione. Ma soprattutto battersi per evitare che Terni venga penalizzata oltre misura: quindi chiede che a Terni resti un ufficio decentrato dello Stato, anche se non sarà più prevista la figura del prefetto, ed è determinato ad aprire un confronto sulla Questura come sui comandi provinciali di Finanza e Carabinieri e sulla Motorizzazione civile. I presidenti delle due attuali Province (Guasticchi e Polli) insistono nel fare catenaccio, ma il muro alzato non è più così impenetrabile.

Chieti e Teramo insorgono
contro il doppio accorpamento


PESCARA - Due Province, due accorpamenti: L’Aquila-Teramo e Pescara-Chieti. Questo aveva stabilito il Cal, il comitato dei sindaci cui il governo aveva affidato l’onere della scelta, questo ha confermato l’esecutivo Monti. Come da criteri governativi saranno L’Aquila, il capoluogo di regione, e Pescara, la città più popolosa, a guidare le due Province accorpate, da quattro che ne erano, in Abruzzo.
Non l’hanno presa bene, a Teramo e Chieti. Specie a Chieti, che per estensione territoriale e popolazione aveva i requisiti per mantenere la titolarità della Provincia: ma l’abbinamento con la più grande Pescara comportava, fatalmente, l’abdicazione. Anche a Teramo masticano amaro: il sindaco Maurizio Brucchi annuncia l’intenzione di marciare su Roma. Il suo collega di Chieti, Umberto Di Primio, nella Capitale ha già inscenato una protesta davanti a Palazzo Chigi culminata in uno sciopero della fame. Ma il vero contrattacco è affidato al governatore Gianni Chiodi cui il Consiglio regionale, con un voto sostenuto da un’inedita maggioranza Pdl-Idv, ha affidato la possibilità di ricorrere alla Corte costituzionale in caso fosse stata respinta, com’è poi accaduto, la proposta di cancellare tutte e quattro le Province. Già, perchè dopo le lunghe riunioni del Cal e la decisione del doppio accorpamento, i politici incalzati dalle proteste di campanile hanno provato a smontarla, quella decisione, puntando di colpo all’azzeramento totale. Inutilmente.

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