Intervento del capo dello Stato dopo l’intensificarsi di voci sulle urne a febbraio
ROMA - Tre righe secche, asciutte, alquanto irritate, per un «no» probabilmente definitivo all’ipotesi di un voto anticipato, anche se di due mesi. Di fronte al moltiplicarsi delle voci, delle pressioni per indurlo a dare via libera ad uno scioglimento delle Camere per il febbraio prossimo (magari con un election day comprendente anche il voto regionale in Lombardia e Lazio), Giorgio Napolitano ha preso carta e penna e ha dettato una nota molto chiara in cui si sottolinea che, a proposito di «certe indiscrezioni di stampa», negli ambienti del Quirinale «non si coglie il senso del parlare a vuoto di elezioni anticipate non essendone presentate le condizioni e non emergendo motivazioni plausibili». Era stata soprattutto (ma non solo), la lettura mattutina di un quotidiano come Libero che parlava di un capo dello Stato «vicino alla resa» di fronte alle pressioni politiche e all’ineluttabilità di un mantenimento del Porcellum (e quindi a incline a piegarsi al voto anticipato a febbraio) ad indurre Napolitano ad intervenire per togliere qualsiasi alibi a chi non vuole riforme.
Il pensiero del Colle è sempre lo stesso: bisogna cambiare quella legge elettorale definita dalla Consulta «un’anomalia costituzionale» e il cambiamento va fatto rapidamente attraverso la via maestra di un accordo in Parlamento tra i partiti, con la più larga maggioranza possibile. Non certo attraverso scorciatoie come decreti legge e così via.
Dunque: allo stato attuale mancano le condizioni e non ci sono le ragioni per venir meno a quel percorso che lo stesso Napolitano aveva tracciato martedì scorso, nell’intervento al Quirinale in occasione del 150° anniversario della Corte dei Conti: voto alla scadenza naturale della legislatura (quindi il 7 aprile prossimo) e con «nuove regole», cioé con una nuova legge elettorale; nel frattempo appello ai partiti perché «siano responsabili».
Questo appello non era rituale, ma sottintendeva una precisa preoccupazione del capo dello Stato e probabilmente ha contribuito anche a spingerlo al nuovo altolà. Il timore che - di qui alla primavera prossima - prendesse quota una sorta di tiro al bersaglio dei partiti della maggioranza contro il governo Monti concentrata sulla Legge di stabilità e sulle misure di inevitabile rigore, con una miriade di emendamenti volta a minarne i contenuti. Una prospettiva che lo stesso Monti non era disposto a subire. Ecco perché in tutti i contatti avuti nei giorni scorsi (con Casini, Alfano, Bersani) Napolitano ha insistito per un accordo tra i partiti tale da archiviare il Porcellum e ad approvare rapidamente la legge di stabilità, senza mettere Monti sulla graticola e alimentare la sfiducia dei mercati. Soddisfatte queste due condizioni-chiave si poteva anche prendere in considerazione l’ipotesi di uno scoglimento anticipato, a patto naturalmente che vi fosse un ampio schieramento politico favorevole. Ma evidentemente - come ha sottolineato lo stesso Napolitano - nessuna delle condizioni si è finora realizzata. Anzi. I partiti sono divisi su tutto, mancano le «motivazioni» per indurre il capo dello Stato a percorrere una via - quella del voto anticipato - di cui non è affatto convinto. Le due Regioni in scioglimento (Lazio e Lombardia) dovranno decidere autonomamente quando convocare gli elettori.Ergo, è inutile «parlare a vuoto» di questa prospettiva che - Costituzione alla mano - dipende in gran parte dalla volontà dell’inquilino del Quirinale.
D’altra parte, qualche differenza sulla data delle elezioni c’è e non è trascurabile. In caso di voto alla scadenza naturale della legislatura (7 aprile prossimo, per evitare «ingorghi» istituzionali) le Camere dovrebbero essere sciolte il 16 febbraio e toccherebbe al nuovo capo dello Stato nominare il futuro premier. Se invece si votasse a febbraio, lo scioglimento dovrebbe avvenire circa due mesi prima e toccherebbe ancora a Napolitano designare il capo del governo. Va detto, in ogni caso, che il capo dello Stato non è assolutamente disposto a rinunciare alle residue speranze di «moral suasion» per una riforma della legge elettorale. E non esclude, come «extrema ratio», la possibilità di un messaggio alle Camere.