Il premier ai partiti: basta liti sulla leadership
evasione e nepotismo non degni di un grande Paese
L’INTERVENTO
ROMA Rivolto a «chi mi succederà», Mario Monti auspica che non venga abbandonata la strada «del rigore, della crescita e dell’equità sociale» seguita dal suo governo. «E se mai - aggiunge - mi venisse chiesto un parere, raccomanderei di sviluppare le attività di governo iniziate e di svilupparle meglio e in modo molto più profondo».
Parole alle quali il premier fa seguire un monito apertamente diretto a quanti si stanno adoperando per sostituirlo dopo il voto della prossima primavera: «Credo che sarebbe bene - afferma - prestare meno attenzione a leadership e organigrammi e di più ai contenuti necessari». Una punta di scetticismo traspare da una successiva postilla nel discorsetto del presidente del Consiglio, secondo la quale «la coerenza nel tempo non è dote molto frequente».
Questo, ieri mattina, nel corso di un collegamento telefonico di Monti con un convegno, e mentre però le agenzie diffondevano il contenuto di un’intervista rilasciata a fine settembre a un trimestrale francese, nella quale il professore osserva che «non c’è nessuna ragione per cui il voto non debba dare una maggioranza in grado di governare. Ma - aggiunge, come già detto nel suo recente viaggio in Usa - nell’ipotesi i cui fosse impossibile costituire una tale maggioranza, io sarei là. E se servisse continuerei». Anche perché il premier sembra considerare tutt’altro che conclusa l’opera di risanamento iniziata dal suo governo, sulla quale osserva: «Spero di aver contribuito a rendere gli italiani meno tolleranti rispetto a nepotismo, corruzione ed evasione fiscale, pratiche indegne di un Paese sviluppato membro del G7».
Una luce di speranza sulla moralità dei suoi connazionali il professore sembra però scorgerla in fondo al tunnel, quando - sempre in collegamento telefonico - rivela di «aver fatto una scoperta nel corso di questa esperienza dura per chi governa e durissima per chi è stato governato: che non è impossibile cercare di dire la verità agli italiani e che è possibile che la capiscano».