Ricorso alla Corte costituzionale per difendere l’autonomia di Chieti e provincia. Una grande manifestazione di protesta a Roma, oltre ad una fiaccolata da Chieti alta a Chieti scalo. Parte la sommossa contro il Governo. Azioni legali e popolari, annunciate nell’assemblea cittadina riunita ieri sera al Supercinema. Il ricorso lo produrrà l'amministrazione Di Giuseppantonio. Ci sono già i legali che hanno dato la disponibilità all'incarico: i professori Lucio Moscarini e Alessandro Pace, con la collaborazione dell’avvocato Marco Ciammaichella, secondo il quale nella decisione del Governo «ci sono vizi di illegittimità plurimi». Il popolo teatino si ribella al matrimonio «antistorico e penalizzante per l'economia». Ieri al Supercinema gremito con oltre 1200 persone, ha dato la dimostrazione di credere in questa «santa battaglia», di «voler proseguire la lotta su tutti i fronti e con ogni strumento legale» per «non soccombere». All’assemblea dei cittadini - promossa dal Comitato per la difesa di Chieti e della sua provincia presieduto da Silvio Di Lorenzo e coordinata dal giornalista Liberatore - sono intervenuti il sindaco Di Primio (accolto da una ovazione), il presidente della Provincia Di Giuseppantonio, il presidente del consiglio comunale Michetti. Sul palco si sono avvicendati - mentre scorrevano sullo schermo dati e parametri economici che pongono la provincia di Chieti prima in Abruzzo - il presidente Di Lorenzo («I dati economici sono dalla nostra parte»), Paolo Ciammaichella che con accorato intervento ha duramente attaccato la Regione, i parlamentari nonché i sindaci di L'Aquila, Francavilla e Lanciano per essersi schierati contro la Provincia di Chieti unica. Interventi di Giustino Angeloni che ha invitato i «nostri parlamentari a non votare la fiducia al Governo se questi la porrà», di Antonio Cieri, del giornalista storico Mario D'Alessandro che ha composto e letto una poesia sul «furto» subito. Scampoli di accuse e richieste dalla platea: «Chiodi ha agito da Ponzio Pilato»; «cosa hanno fatto i vari Di Stefano, Febbo, D'Alessandro votati da noi»; «Se perdiamo il capoluogo, non dovremmo più andare a votare».