I partiti che oggi chiedono l'accorpamento di regionali e politiche - in testa Pdl e Lega - nel 2011 erano contrari a quello tra amministrative e quesiti. Opposta la posizione del Pd che allora era d'accordo mentre oggi appoggia il Viminale sul voto a febbraio per Lazio, Lombardia e Molise. Ma tra i due casi c'è una differenza
ROMA - Accorpare o no e elezioni regionali di Lazio, Lombardia e Molise con le politiche? È questo il punto su cui i partiti si stanno scontrando nelle ultime ore. Da una parte Pdl, Lega e Udc che sono a favore di un unico election day. Dall'altra il Pd, a cui sta bene la scelta del Viminale di fissare il voto per le tre regioni il 10 e l'11 febbraio, in attesa di rinnovare il Parlamento ad aprile. Davanti a questa posizione, il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha aperto il fuoco. Forse il partito di Silvio Berlusconi punta a un'unica data per evitare una doppia batosta alle urne? L'ex ministro della Giustizia assicura che le motivazioni sono altre. E accusa il Pd. "Bersani - dice - vuole mettere una tassa di 100 milioni di euro sulla testa degli italiani". Dunque il niet della destra su due tornate elettorali differenti sarebbe dovuto a una questione di soldi e di risparmio.
Dall'altra parte c'è il segretario del Pd che dice: "La data delle elezioni regionali è dovuta, legge alla mano". E a chi replica che l'election day serve a non sprecare altro denaro, risponde: "Si parla di risparmi, ma lo si sa che la Regione Lazio sta perdendo 650 milioni di fondi europei e che è in crisi da settembre?".
Nella primavera del 2011, però, le posizioni erano diametralmente opposte. Quando si votò per i referendum abrogativi su legittimo impedimento, privatizzazione dell'acqua e ritorno all'energia nucleare, la decisione fu quella di fissare una data diversa da quella delle amministrative. Al governo c'era ancora Silvio Berlusconi e l'inquilino del Viminale era Roberto Maroni, oggi segretario della Lega nord e schierato per l'election day. Allora si andò alle urne il 15 e il 16 maggio per rinnovare i consigli e le giunte di alcuni comuni, mentre per i referendum il 12 e il 13 giugno.
Non mancarono le critiche del Pd, col capogruppo alla Camera, Dario Franceschini: "Così si buttano dalla finestra 300 milioni di euro - disse -, in un momento di grave crisi per le imprese e le famiglie italiane". Le accuse arrivarono anche dall'Idv: "Un furto di 350 milioni di euro agli italiani".
Effetto specchio deformato? Posizioni piegate all'interesse di parte? In realtà una differenza, tra i due casi, esiste. Il referendum è un voto freddo, che non comporta spese aggiuntive all'organizzazione della singola tornata elettorale. Mentre il ritardo nel rinnovo dei consigli di queste tre regioni - andate a casa per motivi poco onorevoli - continua ad avere un costo piuttosto elevato. Ad esempio, per l'assemblea ormai inattiva della regione Lazio si spendono 350 mila euro al giorno. Dal 28 settembre (data in cui si è dimessa la Polverini) fino al 10 febbraio (data presunta del voto) costerà circa 40 milioni di euro. Inoltre, secondo uno studio della Cna laziale del 9 ottobre, la regione ha perso 356 milioni di euro di fondi europei e altri 80 milioni di finanziamento del Miur per i distretti tecnologici.