ROMA «È un accordo gracile e deludente». Il giuslavorista Michele Tiraboschi non vede spunti innovativi nell’intesa sulla produttività stilata dalle parti sociali. Al di là del fatto se poi alla fine sarà sottoscritto da tutti oppure no.
Un accordo separato che valenza avrebbe?
«Dov’è la novità? Va avanti così da una decina di anni. Prima la Cgil dava la colpa al governo Berlusconi. Con il governo Monti sono cambiate le condizioni, ma non il risultato finale».
L’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 però aveva la firma anche della Cgil.
«Quello fu un accordo molto peculiare, legato ai problemi del settore metalmeccanico, in particolare con la Fiat. Non era un accordo che il governo doveva recepire. Anzi, fu fatto contro il governo che, con il ministro Sacconi, aveva varato il famoso articolo 8. Comunque è chiaro che la mancanza di un attore importante come la Cgil provocherebbe problemi di attuazione delle nuove regole».
Passiamo ai contenuti dell’intesa: qual è il suo giudizio?
«Sembra un saggio, pieno di dichiarazioni di principio e con pochi impegni concreti. Il tutto è subordinato al fatto che il governo metta sul tavolo le risorse. Non ci trovo spunti particolarmente innovativi».
Ha ragione quindi il leader Uil, Luigi Angeletti, quando parla di ”accordicchio”?
«Assolutamente si. È un accordo molto gracile, esiguo e deludente. Le parti chiedono di rendere certi e stabili sgravi e incentivi, pur sapendo che in passato queste misure da sole non hanno migliorato la produttività».
Non crede che le tasse sul lavoro in Italia siano molto alte?
«Certo, ma sono due piani distinti. Le parti sociali oltre a chiedere dovrebbero anche dare».
Ad esempio?
«La prima cosa da fare era la riforma dei soggetti: Confindustria, Confcommercio, sindacati. Nel senso di affidare un maggior ruolo decisionale alle strutture territoriali. Se tutto passa per il centro non ci sarà mai spazio per nuove strade».