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Pescara, 26/03/2026
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Data: 20/11/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Produttività, il governo convoca le parti. La Cgil boccia alcuni punti e chiede di proseguire il confronto. Squinzi: «Chi c’è c’è, noi andiamo avanti» Anche la Uil firma condizionando il sì a misure di detassazione strutturali

ROMA L’accordo sulla produttività incassa un’altra firma, quella della Uil di Luigi Angeletti. Niente da fare invece in casa Cgil: la Camusso esprime giudizio negativo su «parti sostanziali» dell’intesa e auspica di «poter proseguire il confronto evitando così di far precipitare la situazione in un accordo sindacale separato». Ma dalle imprese arriva un no netto. «Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è» taglia corto il leader di Confindustria, Giorgio Squinzi.
Insomma, niente tempi supplementari. La discussione - ragionano a viale dell’Astronomia - è già stata lunga e approfondita. Si è protratta per un mese oltre la deadline iniziale richiesta dal governo che avrebbe voluto presentarsi al Consiglio europeo del 18 ottobre scorso con in mano l’accordo tra le parti sociali. Una ragionamento condiviso dall’esecutivo, che in serata chiude il cerchio convocando le parti domani pomeriggio a Palazzo Chigi.
Detto ciò la speranza che la Cgil possa ripensarci è fievole, ma persiste. Lo stesso Squinzi lo dice chiaramente: «Il mio sogno è sempre quello di avere la firma di tutti. Ci abbiamo lavorato tanto, erano tutti d’accordo poi ci sono stati dei cambiamenti di idea,speriamo che alla fine prevalga il buon senso». E così Luigi Marino, presidente di Alleanza delle Cooperative: «È auspicabile l’intesa anche con la Cgil». Naturalmente ci spera anche il governo. Pur se con scarsa convinzione. In mattinata il ministro Corrado Passera dice: «È chiaro che sarebbe nell’interesse del Paese che ci fosse il massimo consenso su un accordo che permetterebbe di mobilitare risorse e darebbe credibilità». Poi però nel pomeriggio osserva: «Comunque siamo già abbastanza allargati per andare avanti».
NEGOZIATO CHIUSO

A Susanna Camusso restano quindi poco più di 24 ore per risolvere i suoi problemi interni (con la Fiom, ma non solo, che scalpita e preme per il no) e comunicare la decisione finale. A Palazzo Chigi ci andrà, ma salvo sorprese difficilmente firmerà. Invece ribadirà anche davanti al governo le ragioni del no, illustrate ieri in una lunga lettera inviata a tutte le categorie Cgil. La bocciatura parte dall’impostazione del negoziato, ovvero «considerare le condizioni di lavoro l’unica variabile della produttività su cui agire», il che - sostiene - porterà inevitabilmente a una «riduzione del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici». Nel merito sono tre i punti che la Camusso contesta: ruolo del contratto nazionale e tutela del potere d’acquisto dei salari; regole sulla rappresentanza sindacale; rischio di condizioni peggiorative di lavoro, quali il demansionamento e il controllo a distanza.
Non la pensa così la Cisl che ha firmato l’intesa già sabato scorso e ritiene chiusa la trattativa. Dice il leader Raffaele Bonanni: «Abbiamo perso troppo tempo. È la Cgil che si sta separando; aveva approvato un documento simile un mese fa, poi è nato il problema della Fiom al tavolo. Tutti sono utili ma nessuno è indispensabile». La Uil, dal canto suo, precisa che il suo sì è condizionato all’impegno da parte del governo a rendere strutturale la detassazione del salario di produttività.
L’accordo separato è visto con grossa preoccupazione anche dal mondo politico. Il Pd, che in questi giorni ha tentato una moral suasion nei confronti della Cgil, attraverso Cesare Damiano ribadisce che «occorre scongiurare» tale eventualità. E critica la frase di Squinzi del ”chi non c’è, non c’è”: «È una strada che nel passato ha dato pochi frutti». Un appello a non far mancare «nemmeno una firma ad un accordo così importante» arriva anche da Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc.

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