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Pescara, 24/03/2026
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Data: 20/11/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Sequestro lampo del cassiere di Berlusconi «Pagato il riscatto». Un rapimento anomalo e l’ombra del ricatto per i festini

Sei arresti a Milano, giallo su una transazione di otto milioni
I banditi: «Abbiamo carte per ribaltare la sentenza Mondadori»

IL CASO
MILANO Il capo della banda è un fervente tifoso milanista e a tradirlo è stato un paio di scarpe da ginnastica rosse con i lacci neri. Due domeniche fa è stato fotografato sugli spalti di San Siro, poche ore dopo un vertice con i suoi uomini. Francesco Leone, barese di 51 anni, pregiudicato dal lungo curriculum criminale, viene dipinto dagli investigatori come «il re dei sequestri lampo» e nella sua ultima impresa ha puntato al bersaglio grosso: il ragioniere Giuseppe Spinelli, ex contabile di Silvio Berlusconi, l’uomo che per anni ha gestito le spese personali del Cavaliere.
Spinelli e la moglie Anna Rasconi sono stati tenuti in ostaggio per una notte nella loro casa di Bresso, obbligati a restare seduti sul divano fino alle due di notte, chiusi in camera da letto fino alle sette del mattino del 15 ottobre quando il tesoriere, con una pistola puntata addosso, ha telefonato a Berlusconi. Oggetto della chiamata: pagare 35 milioni per ottenere preziose informazioni in grado di ribaltare la sentenza sul lodo Mondadori.
IL RICATTO
«Questo documento servirà al presidente Berlusconi e gli farà molto piacere, perché è stato danneggiato», spiega Leone ai coniugi Spinelli. Alla fine, sostiene il ragioniere, la transazione non andrà in porto, ma secondo i magistrati il Cavaliere potrebbe aver pagato un riscatto. Otto milioni di euro è la somma che spunta da un’intercettazione. Soldi di cui il gruppo, almeno per un po’, non potrà godere. I sei uomini dell’assalto a casa Spinelli sono stati arrestati ieri, oltre al capo Leone ci sono Pierluigi Tranquilli, 34 anni, di Olevano Romano, commerciante di vini e pregiudicato, Alessio Maier, 46 anni di Malnate (Varese), anch’egli con precedenti, e tre albanesi che costituivano la manovalanza. Un’organizzazione «strana ed eterogenea», la descrivono gli investigatori, e allo stesso tempo «preparata e professionale». Da giugno pedinano Spinelli, chiamano a casa per controllare gli spostamenti e comunicano tra loro con schede telefoniche false o intestate a ignari cittadini, come un inconsapevole dipendente rumeno della ditta Tranquilli.
IL BLITZ
Il 15 ottobre, alle dieci di sera, entrano in azione. Attendono Spinelli sulle scale di casa e quando la moglie apre la porta balzano addosso al ragioniere: «Mio marito perdeva sangue dalla bocca, gli occhiali erano rotti a terra. Ho pensato che ci avrebbero ammazzato», mette a verbale Anna Rasconi. Indossano passamontagna di lana, hanno i guanti e impugnano pistole automatiche. Leone arriva quattro ore dopo e va subito al sodo: «Mi fa vedere un foglio A4 un po’ ingiallito e sgualcito, con scritto in alto lodo Mondadori, De Benedetti, i nominativi dei magistrati di primo grado, il dottor Forno, il nome di un presidente e di un giudice a latere di secondo grado, una cena di Fini con magistrati», racconta Spinelli. In questo incontro conviviale, «Fini avrebbe parlato ai magistrati pregandoli di aiutarlo a mettere in difficoltà Berlusconi e che per questo gli sarebbe stato grato per tutta la vita». Leone estrae dalla tasca anche una chiavetta e un dvd «con sette ore e 41 minuti di registrazione sempre in relazione al lodo Mondadori». Di questo materiale non vi è traccia, gli investigatori stanno passando al setaccio le cassette di sicurezza sequestrate al Credito valtellinese e alla Banca di credito cooperativo. Per «evitare ingerenze delle forze dell’ordine», la banda stava per trasferirne il contenuto in un istituto di Lugano.

Un rapimento anomalo e l’ombra del ricatto per i festini

IL REBUS
MILANO - Da qualsiasi parti la si giri, c’è sempre qualcosa che non torna. Vicenda indecifrabile quella del sequestro lampo del contabile Spinelli, zeppa di questioni irrisolte. Sono stati versati soldi ai rapitori oppure no? Esistono le carte «che avrebbero danneggiato De Benedetti in relazione al Lodo Mondadori» o sono un’invenzione dei banditi? Perché Spinelli, libero dopo una notte da ostaggio, anziché andare dai carabinieri va ad Arcore? Perché fa denuncia solo 36 ore dopo?
Ufficialmente il piano dei banditi è questo: in possesso di documenti capaci di favorire Berlusconi nella contesa ultramilionaria del Lodo Mondadori, vogliono proporre al Cavaliere uno scambio. Le carte per i soldi, tanti soldi, 35 milioni di euro, cioè il 6 per cento dei 580 milioni dovuti da Fininvest a De Benedetti. Logica consiglierebbe di cercare un canale riservato per entrare in contatto con Arcore. I rapitori, invece, adottano una strategia accidentata: prendere in ostaggio il contabile e la moglie, minacciarlo con le pistole, costringerlo a chiamare Berlusconi per proporgli l’affare. Perché imboccare una strada così rischiosa?
I DUE COMPLICI
Un’altra anomalia. Ci sono almeno due complici che hanno un ruolo del tutto secondario, per non dire inutile: stare sotto casa dei rapiti durante il sequestro. Una scelta contraria a ogni logica criminale. Molte persone coinvolte significano più possibilità di essere scoperti e più teste fra cui spartire il bottino.
Il sequestro, stando a Spinelli, si conclude bruscamente. Al telefono con Ghedini il contabile - sotto minaccia - consiglia di pagare un anticipo per poter visionare i documenti, e poi imbastire una trattativa. L’avvocato dice che un’eventuale trattativa si farà «alla luce del sole, stipulando un acquisto di questo materiale avverso un rispettivo da concordare». Inspiegabilmente a quel punto i banditi mollano. Si riprendono carte e video e alle 9 se ne vanno. Spinelli e la moglie sono liberi. Non danno l’allarme, però. Lei rimane in casa, lui si precipita ad Arcore.
IL FAX ALLA PROCURA
Nel pomeriggio verranno portati in località protetta dagli uomini del Cavaliere, ma per altre 24 ore senza che nessuno faccia denuncia. Solo il giorno dopo la Procura viene informata con un fax dallo studio Ghedini. Perché aspettare tanto? E dove sono finiti i «documenti scottanti»? Ora l’avvocato Ghedini sostiene che i rapitori «in realtà non avevano in mano nulla». Però non risulta che né l’avvocato, né altri abbiano visto il video che documenterebbe «gli incontri di Fini con i giudici del Lodo Mondadori». Com’è possibile dunque affermare che «non avevano in mano niente» se nessuno ha visto niente? Oppure, come qualcuno sospetta, i documenti avevano a che fare con la vicenda dei festini di Arcore e non con De Benedetti?
Poi l’ultimo dubbio. Se quello dei rapitori era un bluff, è difficile che qualcuno abbia pagato per carte fasulle. Per quale ragione, allora, almeno i componenti della banda - intercettati e pedinati - parlano di 8 milioni depositati in tre cassette di sicurezza del varesotto? Nei loro colloqui dicono di volerli portare in Svizzera, e allora i quesiti tornano al punto di partenza: quale motivo li ha spinti ha organizzare un sequestro quando, con una trattativa senza armi e senza rischi, avrebbero potuto farsi depositare i denari direttamente in una banca elvetica?

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