ROMA Dalle parti della Cgil, dopo la firma dell’accordo separato sulla produttività, si parla di patto «scellerato» che porterà a una diminuzione dei livelli salariali. Il ministro Passera si dice invece «molto dispiaciuto della mancata firma della Cgil», ma conferma i punti dell’accordo. All’indomani della firma a Palazzo Chigi, il no della Cgil pesa comunque nel confronto. Se ne fa interprete anche il presidente Napolitano che auspica «un riavvicinamento perché non manchi il contributo della Cgil». Raffaele Bonanni, leader Cisl, difende l’accordo come «conveniente per il lavoratore». Invece sul fronte imprenditoriale crescono le preoccupazioni. Per Licia Mattioli, presidente degli industriali di Torino, «l’accordo è un passo fatto, ma se la Cgil non entra il rischio è che l’intesa venga applicata a macchia di leopardo e perda tutta la sua forza intrinseca. Il rischio, insomma, è che sia un passo zoppo». Anche Alberto Bombassei, presidente del Gruppo Brembo e, fino a pochi mesi fa, vice presidente della Confindustria , osserva «che manchi la Cgil non è cosa da poco, non è un bel segnale». Salari e contratti. Ci vorranno probabilmente anni perché l’accordo sulla produttività sia attuato completamente ma l’intesa apre alla modifica di materie, dall’orario alle mansioni fino alle nuove tecnologie, finora disciplinate dalla legge. Qualora, come chiesto nell’accordo, queste materie saranno affidate dalla legge alla contrattazione collettiva sarà possibile in particolare ridefinire gli orari (superando magari in casi specifici il limite massimo di 48 ore settimanali compresi gli straordinari magari con orari su base annuale), ipotizzare la possibilità di cambiare le mansioni anche con qualifiche più basse (adesso la materia è disciplinata dal codice civile) ma anche modificare quanto previsto dallo Statuto dei lavoratori sul divieto del controllo a distanza. I salari sono l’unica materia per la quale i tempi del cambiamento potrebbero essere stretti. Il governo dovrebbe decidere entro il 15 gennaio la platea dei lavoratori che avranno diritto alla detassazione (al momento è per chi ha un massimo di 30.000 euro di reddito ma i sindacati chiedono che il tetto sia elevato a 40.000 euro), il tetto della retribuzione per il quale sarà previsto il vantaggio fiscale (al momento 2.500 euro ma i sindacati chiedono sia innalzato) e i criteri con i quali il vantaggio sarà assegnato (ovvero quale è da considerare salario di produttività). Orari: la legge prevede che l’orario sia di 40 ore settimanali e di 8 al giorno con un massimo di 48 ore settimanali. La contrattazione collettiva potrebbe prevedere maggiore flessibilità. Mansioni e controlli. L’articolo 2103 del codice civile stabilisce che il lavoratore «deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito». La contrattazione potrebbe regolare la materia in modo differente anche se l’accordo parla di «equivalenza delle mansioni e integrazione delle competenze». Il controllo a distanza è vietato dallo Statuto dei lavoratori. L’accordo prevede «l’affidamento alla contrattazione collettiva delle modalità attraverso cui rendere compatibile l’impiego di nuove tecnologie con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori». Il no della Cgil. Per Susanna Camusso è un’occasione persa. Il leader del più grande sindacato italiano annunia che non darà «l’assenso a posteriori». D’altra parte la cgil si era detta disponbile a trattare ancora, ma le sue proposte (contrattazione, salario e rappresentanza) non sono state accettate. Il segretario confederale Nicola Nicolosi parla di «accordo scellerato, un capolavoro di ipocrisia. E’ un’intesa in linea con il declino degli ultimi vent’anni, oltretutto pagata dalla fiscalità generale. Il governo mette in competizione tra loro lavoratori e pensionati«. La Cgil annuncia «conflitti sindacali« per difendere il «contratto nazionale posto di lavoro per posto di lavoro».
Pirani: non è vero che caleranno i salari
Il segretario confederale Uil difende l’intesa. «Ora la detassazione strutturale della produttività»
ROMA «Ora serve un provvedimento del governo per sancire una detassazione strutturale del salario. Solo in quel caso l’accordo che abbiamo firmato regge». Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, difende l’intesa sancita tra parti sociali (esclusa la Cgil) e governo. E’ un colpo al contratto nazionale di lavoro? I minimi salariali rischiano di saltare? «E’ vero il contrario. Non abbiamo consentito che venisse ridimensionato il potere d’acquisto del salario. Invece si garantisce un maggior valore a quella retribuzione proprio attraverso la detassazione del salario di secondo livello». Se la contrattazione non dovesse esserci? «C’è una clausola di garanzia. Dove non c’è la contrattazione di secondo livello si indica quella quota di salario disponibile per il contratto nazionale. Non si abbattono i minimi salariali». La Uil aveva minacciato di non firmare. Che cosa è cambiato? «L’accordo restituisce un vantaggio fiscale. Ora il governo deve definire un provvedimento per la detassazione strutturale». Questo per il futuro. Ma nella trattativa che cosa è cambiato? «E’ stata cancellata la questione dell’abolizione degli scatti e dell’orario di lavoro». Altri aspetti risultano controversi, come il controllo dei lavoratori e la legittimità del demansionamento. «Oggi sono cambiati modelli e strumenti di lavoro e se devi valutare la produttività devi intervenire in un qualche modo. Qualsiasi regolazione va comunque fatta con il controllo e il consenso sindacale. Sui demansionamenti riguarderà fasce dirigenziali. Per evitare il licenziamento il dirigente può accettare di fare l’impiegato. Provvedimento che può essere comunque impugnato davanti al giudice». Si riapre la questione della rappresentanza sindacale sulla base degli impegni assunti lo scorso anno. «Lo sviluppo della contrattazione dovrà tenere conto della certezza della rappresentanza sindacale sulla base egli impegni assunti con l’accordo dello scorso giugno». Pesa comunque il no della Cgil. «E’ un no molto politico. Si stanno avvicinando le elezioni, e si alzano i toni». Un giudizio sul governo. «Finora ha perseguito politiche di rigore ma non è stato altrettanto deciso su quelle della crescita».