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Data: 24/11/2012
Testata giornalistica: Corriere della Sera
Un ricambio di qualità di Aldo Cazzullo

Tra tre mesi, se il voto confermerà i sondaggi, avremo in Parlamento un centinaio di deputati e una cinquantina di senatori del Movimento 5 Stelle, di cui non si sa nulla: chi saranno, come saranno scelti. Non potranno essere peggiori di certi inquisiti e pregiudicati visti all’opera sinora. Con certezza però si sa solo che il loro leader, Beppe Grillo, in Parlamento non ci sarà. Comanderà da fuori. Attraverso il blog e le lettere dei suoi avvocati.

Non è una scelta isolata. Luca di Montezemolo scende in campo, ma non si candida alle elezioni. Walter Veltroni annuncia che continuerà a fare politica, ma lascia il seggio alla Camera. Pochi giorni dopo lo segue Massimo D’Alema. Un’intera generazione di dirigenti si prepara a fare altrettanto, senza che se ne conoscano i sostituti. Monti è senatore a vita, quindi in Parlamento ci sarà. Ma ancora non si sa quali tra i ministri tecnici — pur attivissimi in politica — siano disponibili a candidarsi.

Nobili rinunce? Forse sì. O forse la verità è un’altra. Il Parlamento è talmente screditato che conviene restarne fuori. Con la sua inazione e i suoi privilegi, è divenuto agli occhi dei cittadini la roccaforte della casta. Ma qual è l’alternativa? Un Parlamento di sconosciuti eterodiretti. Un affannarsi di peones preoccupati di perdere status e privilegi. Siccome non si è — colpevolmente —ridotto il numero dei parlamentari, e non si è ancora fatta la legge elettorale, continueremo ad avere Camere inutilmente affollate e nominate dai capi partito.

Intendiamoci: il ricambio è doveroso e salutare. Ma non è lasciando fuori i leader e gli uomini d’esperienza, magari per sostituirli con giovani scelti in base alla fedeltà e al look, che si riavvicinano i cittadini alle istituzioni. La fuga dal Parlamento non è un bello spettacolo e storicamente non porta mai bene. La migliore risposta che la classe politica può dare, di fronte alla sfiducia dei cittadini e al proprio stesso discredito, è assumersi una responsabilità. E fare una legge elettorale che consenta davvero ai rappresentati di scegliere i rappresentanti.

Ora la riforma è ferma, in attesa delle primarie del Pd. Se vincerà Bersani, sarà ancora più tentato dal tenersi l’attuale sistema. Che è pessimo. Ma siccome tutto si può peggiorare, i partiti si sono messi al lavoro. Segno dei tempi, la mediazione è affidata proprio a Calderoli, cui si deve sia la legge in vigore sia la definizione di «porcata». La trattativa verte su come modulare il premio di maggioranza o di governabilità al primo partito: il che può avere un senso, visto che al momento con il 33-34% attribuito dai sondaggi a Bersani e Vendola— la soglia cui arrivarono Veltroni nel 2008, Occhetto nel ’94, Berlinguer nel ’76: vale a dire la dimensione storica della sinistra italiana — si otterrebbe la maggioranza assoluta dei seggi. Ma la questione centrale è restituire ai cittadini il diritto di essere rappresentati, e quindi di scegliere. L’ideale sarebbe il ritorno ai collegi uninominali. Siccome l’obiettivo è lontano, un buon compromesso potrebbero essere collegi proporzionali piccoli, che esprimono pochi parlamentari e quindi stabiliscono un rapporto immediato tra elettori ed eletti. Altrimenti anche il prossimo Parlamento sarà un’assemblea pletorica, costosa e inutile. Incapace di prendere iniziative politiche e avviare quella riforma dello Stato di cui discute dai tempi della commissione Bozzi. E chiamata a vidimare le scelte del Parlamento- ombra composto dai leader non eletti.

Aldo Cazzullo

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