ROMA Province, Regioni, Semplificazioni. Partite aperte e a rischio. Con il Parlamento che tira il freno, sgancia anche qualche colpo basso e rende sempre più tormentato il percorso delle ultime riforme. Ma Filippo Patroni Griffi, ministro della Pubblica amministrazione, non getta la spugna e, in questa intervista al Messaggero, difende le scelte del governo: nell’era di Internet, «certi campanilismi sono anacronistici». E avvisa: «Non si può abbassare la guardia appena l’onda emotiva degli scandali si attenua. Le riforme vanno fatte, senza non c’è futuro».
Non era meglio abolirle tutte, le Province? Ieri l’ha detto il presidente Fini. Quante volte se lo è sentito dire?
«Su questa tesi del “meglio abolirle tutte” si è creata, negli ultimi decenni, una strana saldatura, nei fatti non nelle intenzioni, tra chi effettivamente propugnava l’abolizione totale delle Province e chi non voleva cambiare niente. Il risultato certo è che le Province sono raddoppiate, passando dalle 59 dell’Unità d’Italia alle attuali 107, di cui 86 nelle regioni a statuto ordinario. Anche noi ci siamo trovati nel mezzo di questo pendolo dialettico. Tutti volevano cancellarle, ma sia la carta delle autonomie che i Ddl costituzionali, in Parlamento, ridisegnavano le Province senza abolirle. Oggi, tra coloro che parlano di abolizione totale ci sono gli amministratori e i politici degli enti oggetto di riordino, che fino a ieri osteggiavano l’abolizione: un po’ sospetto, le pare? Della serie: muoia Sansone con tutti i filistei…»
Allora che fare?
«Studiare e ragionare, senza farsi prendere da radicalismi demagogici o da conservatorismi radicati. Tre ragioni ci hanno consigliato il riordino anziché l’abolizione totale: la fattibilità pratica, il modello europeo, la natura delle funzioni di area vasta che non sono comunali, come nel caso di licei che riguardano più Comuni, ma nemmeno regionali, se si rompe il riscaldamento in una scuola in provincia di Cuneo e chiedo a Torino di mandarmi gli operai».
Perché non spostare tutto alle Regioni?
«Perché sarebbe costato di più: il personale costa circa il 23% in più di quello provinciale. Se poi non operano direttamente, pensa che costi di più un ufficio provinciale per la manutenzione delle scuole o delle strade oppure un’agenzia o una società strumentale delle Regioni?».
Il salva Italia aveva tentato lo svuotamento: le province restano ma senza giunte e con funzioni di indirizzo e coordinamento.
«Il salva Italia ha innegabili meriti: il primo è stato di sminuire il carattere politico di questi enti e configurarli come enti amministrativi di secondo grado, a elezione indiretta. Il che significa sostanzialmente azzerare i costi della politica».
Il riordino è confuso e poco efficace, dicono alcuni parlamentari. Cosa ne pensa?
«Credo, invece, che sia razionale. Si fonda su tre livelli come avviene nel resto di Europa. E individua alcune città metropolitane. Indica le funzioni di area vasta e intorno a queste costruisce il nuovo modello di Provincia. Infine, concentra l’attività regionale su quella di legislazione e programmazione come voleva il Costituente e consente la riorganizzazione dell’amministrazione periferica dello Stato adeguandola ai tempi».
E i risparmi?
«Saranno determinati da economie di scala: sia diminuendo il numero degli uffici periferici dello Stato, sia riducendo il numero di organi e uffici provinciali. I servizi potranno rimanere invariati: comunicazioni e informatizzazione consentono di avere servizi a distanza. L’ufficio sotto casa costa a ogni singolo abitante una cifra assurda: una prefettura a servizio di una popolazione pari allo stadio Olimpico, come Isernia, costa dodici volte più di Milano e sette più di Napoli. E poi, forse purtroppo, i servizi e il negozio sotto casa sono simboli di un’Italia che non c’è più. La rimpiangeremo in molti, ma non ce la possiamo più permettere. Oggi c’è un’Italia che lo sviluppo delle comunicazioni ha avvicinato molto di più, abbattendo campanilismi che saranno anche vivaci e allegri, ma anacronistici: non si può fondare su di essi la riorganizzazione di uno Stato moderno e di una moderna amministrazione».
Il disegno di legge sulle semplificazioni è fermo. Si parla di farne un decreto o di agganciarlo allo Sviluppo per approvarlo entro fine legislatura.
«Difficile trasformarlo in decreto. E anche inserirne parte nel decreto Sviluppo: non sarebbe facile decidere cosa salvare e cosa abbandonare. Ma soprattutto, il decreto sviluppo è corposo e la sua gestione parlamentare non è semplice già così. Credo invece che occorra trovare un accordo con i gruppi per apportare solo le modifiche indispensabili ed approvarlo com’è, senza la pretesa di introdurre altre norme, magari con la corsia preferenziale della sede deliberante in commissione».
Al Senato è ad alto rischio la verifica preventiva della Corte dei Conti sulle spese delle Regioni. E’ ancora possibile salvare la riforma?
«Il decreto enti locali è stato sollecitato a gran voce dai partiti e dallo stesso sistema delle autonomie. È senz’altro possibile modificarlo ma non è che si possa abbassare la guardia appena l’onda emotiva degli scandali si attenua. Le riforme strutturali, lo ripeto come per le province, vanno fatte con razionalità e non con emotività. Ma vanno fatte. Altrimenti questo Paese non avrà un gran futuro. Mentre ha le capacità per averlo. E se lo merita pure».