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Pescara, 24/03/2026
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Data: 28/11/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Monti: sanità pubblica a rischio sostenibilità. Intanto saltano 7 mila posti letto (I tagli dei posti letto nel paese)

Pioggia di critiche da partiti e sindacati. Il premier
poi precisa: servono forme di finanziamento integrativo

ROMA «La sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali, compreso il nostro di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantita, se non si individueranno nuove modalità di finanziamento per servizi e prestazioni». L’affermazione che, pur messa al condizionale, ha destato allarme e una pioggia di reazioni negli ambienti politici e sindacali, è stata fatta in videoconferenza da Mario Monti, in occasione della presentazione a Palermo del centro per la ricerca biomedica della Fondazione Rimed. Per giustificare la sua considerazione, il premier ha osservato che «la crisi ha colpito tutti e il campo medico non è un’eccezione», invitando «l’innovazione medico-scientifica a partecipare attivamente alla sfida».
La messa in discussione di uno dei pochi settori - la sanità - di cui, sia pure con gli arcinoti disservizi, il nostro Paese può menar vanto nei confronti di altre nazioni, ha sollevato un vespaio di polemiche, in risposta alle quali è venuta una nota di palazzo Chigi in cui si precisa che Monti «non ha messo in questione il finanziamento pubblico del sistema sanitario, bensì, riferendosi alla sostenibilità futura, ha posto l’interrogativo sull’opportunità di affiancare al finanziamento a carico della fiscalità generale forme di finanziamento integrativo».
«Le garanzie di sostenibilità del servizio sanitario nazionale - prosegue la nota - non vengono meno. Per il futuro è però necessario individuare e rendere operativi modelli innovativi di finanziamento e organizzazione dei servizi e delle prestazioni sanitarie». Da palazzo Chigi si osserva infine che, «contrariamente a quanto riportato dai media, il Presidente ha voluto attirare l’attenzione sulle sfide cui devono far fronte i sistemi sanitari per contrastare l’impatto della crisi», attraverso una diversa e più efficiente organizzazione.
Tra i primi a prendere le distanze dalle dichiarazioni di Monti, Pier Luigi Bersani: «Io - dice il segretario del Pd - sono per un sistema universalistico. Non vanno bene i tagli lineari, ma bisogna mettere il cacciavite nella macchina. Se arriviamo a due sanità per chi ha più e chi meno, siamo al disastro sociale ed economico. Sono - conclude il leader democrat - un po’ più ottimista di Monti sull’universalità della sanità». Ancora più polemico il commento di Roberto Formigoni: «Noi - afferma il governatore della Lombardia - il sospetto ce lo avevamo che il servizio sanitario nazionale fosse a rischio, ma le parole di Monti ci preoccupano moltissimo. Vogliamo capire dal governo che cosa esattamente significano e che cosa lo Stato non sarà più in grado di garantire». L’eventualità di un ridimensionamento della sanità pubblica allarma anche Lorenzo Cesa: «Il nostro servizio sanitario nazionale - dice il segretario dell’Udc - rappresenta un modello nel mondo. Per farlo restare tale bisogna continuare nel percorso di razionalizzazione delle risorse ed eliminazione degli sprechi, senza passi indietro sul diritto alla salute e sull’universalità del sistema». Protestano anche i responsabili del settore sanità del Pd e della Cgil, parlando di «dichiarazioni gravi» del premier e di «rischi di privatizzazione della sanità». Mentre Antonio Di Pietro intima al governo di «non toccare la sanità pubblica e di reperire le risorse necessarie dalla lotta all’evasione e alla corruzione».
A cercare di calmare le acque interviene il ministro della Sanità Balduzzi: «Nessuno pensa alla privatizzazione del Servizio sanitario nazionale. Il premier - sottolinea il ministro - ha parlato, per garantire la sostenibilità del sistema in futuro, di nuove modalità di finanziamento, non di individuare modalità diverse rispetto alla fiscalità generale». E tra queste modalità di finanziamento Balduzzi indica anche la riforma dei ticket.

Intanto saltano 7 mila posti letto

ROMA I posti letto ospedalieri in Italia diminuiranno di almeno 7.389 unità per effetto dell’articolo 15 comma 13 del decreto sulla spending review. E’ quanto prevede il regolamento inviato alla Conferenza Stato-Regioni dal ministro della Salute Renato Balduzzi di concerto con il ministro dell’Economia Vittorio Grilli. Il Regolamento indica il metodo di calcolo per la riduzione delle Unità operative complesse e la riconversione delle strutture ospedaliere.
Al 1 gennaio 2012 in Italia erano presenti 231.707 posti letti (3,82 ogni mille abitanti) di cui 195.922 per acuti (3,23 ogni mille abitanti) e 35.785 per post-acuti (0,59). La legge 135/2012 indica come obiettivo una media complessiva di 3,7 posti letto per mille abitanti, di cui 0,7 dedicato a riabilitazione e lungo-degenti e i restanti 3 per gli acuti.
Le Regioni che ad oggi presentano un numero di posti letto superiore a quello previsto dai nuovi standard dovranno provvedere alla riorganizzazione. I calcoli si basano sulla popolazione generale di ogni Regione pesata e corretta in base alla percentuale di anziani e ai flussi di mobilità ospedaliera tra Regioni.
In cinque Regioni (Lombardia, Provincia di Trento, Emilia, Lazio e Molise) si riscontrerà una diminuzione dei posti letto di entrambe le tipologie. L’Umbria è l’unica Regione che potrà aumentare i posti letto in entrambe le tipologie.

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