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Pescara, 24/03/2026
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Data: 28/11/2012
Testata giornalistica: Il Tempo d'Abruzzo
Parentopoli? Assunzioni regolari. Assolti l’ex presidente Catena e l’ex direttore Di Giovanni Pronto il ricorso: «Posti di lavoro preclusi a tanti giovani laureati»

PESCARA Assolti perché il fatto non sussiste. A sei anni dall'apertura dell'inchiesta sulla «parentopoli» all'Aca (l’azienda comprensoriale acquedottistica), cade con formula piena l'accusa di abuso d'ufficio sollevata nei confronti dell'ex presidente dell'azienda, Bruno Catena, e dell’ex direttore, Bartolomeo Di Giovanni. Sono bastati meno di dieci minuti al presidente della corte, Massimo De Cesare, per giungere ad una decisione che, a tutti, è sembrata già nell'aria quando lui stesso ha bruscamente interrotto le repliche alla requisitoria dicendo che «per due foglietti» non era il caso di andare oltre. Una sentenza che soddisfa certamente imputati e difensori, ma lascia l'amaro in bocca all'associazione dei consumatori Codici. Era stata quest’ultima infatti, nel 2006, a dare il via alle indagini con una serie di esposti, tanto da costituirsi successivamente parte civile nel procedimento. Il fatto non sussiste perché, come sostenuto dagli avvocati Ugo Di Silvestre, difensore di Catena, e Fabrizio Di Carlo, cui erano affidate le sorti di Di Giovanni, «all'epoca cui si fanno risalire i fatti non era ancora obbligatorio ricorrere alla nuova normativa in materia di assunzioni. Non c'era cioè l'obbligo di assunzione pubblica - ha sottolineato in arringa Di Silvestre - venendo così a mancare anche l'elemento soggettivo cui si riferisce il reato non configurandosi alcuna intenzionalità nel violarla». Novantadue le assunzioni fatte dall'Aca tra il 2003 e il 2008: sessantatré quelle finite nell'occhio del ciclone. Tutti contratti co.co.pro, cioè a progetto: «Per questo - ha aggiunto l’avvocato Di Carlo - non si può parlare di vere e proprie assunzioni, non trattandosi di rapporti di dipendenza, ma di contratti di sei mesi, non rinnovati». Una tesi ovviamente del tutto opposta a quella sostenuta in arringa dal pm Pompa, secondo cui già dal 2004 «era obbligatoria l'imparzialità» e di conseguenza era necessario un bando pubblico per reperire nuovi dipendenti. Una considerazione che lo aveva spinto a chiedere un anno di reclusione per Catena e una pena di nove mesi per Di Giovanni. Richieste respinte perché la «parentopoli» non è mai esistita. Su di essa indagò il comandante del nucleo dei carabinieri dell'ufficio del lavoro Carlo Papola che, nell'ultima udienza, ha consegnato una lista con i 31 nomi di quelle che erano, fino a ieri, considerate assunzioni sospette. Tra i nominativi, quelli di diversi ex consiglieri di alcuni dei 64 Comuni dell'Aca (Alanno, Villa Celiera, Salle, Cugnoli, Città Sant'Angelo, Roccamorioce, Turrivalignani, Bolognano), ex assessori di Atri, Abbateggio e della Provincia di Pescara nonché il figlio di un consigliere di Cugnoli, la sorella di un ex consigliere comunale di Bussi, il figlio di un ex consigliere di Città Sant'Angelo, la figlia dell'ex sindaco di Montesilvano Massimiliano Pavone, il figlio dell'ex sindaco di Cepagatti Aldo Giammarino, l'ex sindaco di Bolognano e la nipote di un ex consigliere comunale di Montesilvano. Altri 16 nomi importanti, tutti legati alla politica locale, sono stati alle dipendenze dell'azienda acquedottistica e tra questi l'ex presidente della Provincia Gaetano Cuzzi, Vincenzo Fidanza, l'ex sindaco di Montesilvano Renzo Gallerati, Licio Di Biase, Donato Renzetti e lo stesso Aldo Giammarino. Assunzioni tutte «necessarie» ed «esplicitamente richieste», secondo quanto sostenuto in aula nell'ultima udienza da Luciana Bargia, nel 2004 responsabile del settore di depurazione dell'azienda, la quale ha affermato di «aver fatto sempre richiesta di personale perché ce n'era sempre bisogno. A volte venivo soddifatta, altre volte no». Un incremento «necessario» che giustificherebbe quindi l'aumento del costo del personale, passato dai 5 milioni di euro del 2003 per 106 dipendenti, agli 8 milioni e 600 mila euro del 2008, quando all'Aca i lavoratori assunti risultavano 198. A firmare i contratti era Giuseppe Micolucci, nel 2004 responsabile dell'ufficio amministrativo dell'Aca, che in aula ha affermato che i contratti «arrivavano già sottoscritti da Catena e Di Giovanni». La sentenza è chiara: non si trattò di raccomandazioni. «Speravamo in una soluzione positiva - spiega l'avvocato Di Silvestre -. Fino all'ottobre 2008 per gli enti come l'Aca, che lavora sì per un servizio pubblico, ma è una società per azioni, non era obbligatoria l'evidenza pubblica nelle assunzioni. Tanto è vero che l'ultima assunzione contestata nel processo risale al 1° settembre 2008. Da quel momento in poi l'azienda si è adeguata alle norme». Per Domenico Pettinari, presidente dell'associazione Codici, dal processo è arrivato un messaggio sbagliato «per tutti i giovani laureati che avrebbero voluto concorrere per un posto di lavoro e invece non hanno potuto farlo. Se il procuratore farà ricorso procederemo con lui - ha detto Pettinari - altrimenti lo faremo da soli».

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