Salta anche l’election day. Milano e Campobasso dovranno
a loro volta rivedere il rinnovo dei rispettivi consigli
ROMA Il Consiglio di Stato fa saltare l’election day: entro cinque giorni la presidente dimissionaria Renata Polverini dovrà infatti emanare il decreto e indire le elezioni nel Lazio. Con effetti a cascata su Lombardia e Molise chiamate anche loro a rinnovare giunta e consiglio qualora il governo decidesse di accorpare il voto per le amministrative in un unico giorno. Agenda alla mano, trascorsi i 45 giorni di legge per i comizi elettorali la prima data utile potrebbe essere quindi quella del 20 gennaio, più probabile il 27. Anche ammettendo un ritardo e considerando che i tempi tecnici necessari al procedimento sono di 53 giorni, non si andrebbe comunque oltre la prima domenica di febbraio. Ancora lontani dunque da quel 10 e 11 marzo indicati dal presidente della Repubblica e dal presidente del Consiglio che avevano offerto la loro mediazione per indicare una data unica La sentenza emessa ieri in commissione plenaria dai giudici di palazzo Spada ha confermato dunque nella sua integrità quella emessa dal Tar del Lazio il 12 novembre scorso. Polverini fece ricorso e ottenne la sospensiva riuscendo in extremis a fermare la macchina elettorale. Secondo la governatrice, accelerare i tempi non avrebbe consentito una modifica dello statuto regionale per ridurre i consiglieri da 70 a 50 e l’election day avrebbe fatto risparmiare oltre 20 milioni di euro alle casse statali. Se Polverini non dovesse indire le elezioni - e ci sta pensando - a farlo dovrebbe essere un commissario ad acta. Il Consiglio di Stato ha rigettato l’interpretazione proposta dalla Pisana. Entro tre mesi dallo scioglimento del consiglio regionale le elezioni debbono essere «svolte» e non già «convocate». Una questione apparentemente di lana caprina, in realtà sostanziale. Per i giudici l’appello della Regione Lazio è «infondato», una lettura «che non imponesse un vincolo temporale per la celebrazione delle elezioni» non assicurerebbe «il rinnovo in tempi ragionevolmente brevi degli organi, e con esso, il soddisfacimento dei valori costituzionali», si scrive nella sentenza.
Grida vittoria il Movimento difesa del cittadino che presentò il ricorso al Tar. «È stata sconfitta la protervia del potere, non solo della governatrice del Lazio ma anche del governo che le ha fatto da sponda creando ad arte pretesti», va giù pesante l’avvocato Gianluigi Pellegrino che ha proposto il ricorso e ne ha seguito passo passo l’iter. E se la data per qualsiasi motivo dovesse slittare ancora? «Sarebbe un golpe, verrebbero calpestati diritti costituzionali elementari».
Ieri erano trascorsi 62 giorni dall’anuncio delle dimissioni. Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma e candidato in pectore del Pd non fa nulla per nascondere la sua soddisfazione. Dice: «È una buona notizia per i cittadini, per tutti coloro che hanno chiesto che in questi mesi venisse rispettata la legalità, per le imprese, gli artigiani, commercianti e operatori della sanità che ritenevano un elemento di stravaganza il fatto che una regione come il Lazio chiudesse per 8-9 mesi. Ora, ci aspettiamo coerenza».
In teoria Lombardia e Molise sono indipendenti, potrebbero votare dopo. Anche se Formigoni dà per scontato che la filosofia del governo sarà l’accorpamento delle date. Soluzione che non gli sarebbe sgradita: renderebbe più complicato costruire per il Pirellone la candidatura Maroni e porterebbe il Pdl a ripiegare su quella molto più agibile di Albertini.