ROMA Finisce 60,8 a 39,1, che per un ballottaggio non è una vittoria ma qualcosa molto simile a un trionfo. Con venti punti di distacco, Pier Luigi Bersani straccia Matteo Renzi, lo tiene lontano assai da ogni ipotesi o ambizione di soppiantarlo, vince in 19 regioni su venti e si riprende le regioni rosse a eccezione della Toscana. Si chiudono queste due settimane di maratona di primarie, e si concludono in maniera inequivocabile: Bersani sarà il candidato premier del centrosinistra alle elezioni politiche prossime venture. Una premiership conquistata sul campo, avallata da milioni di cittadini elettori, confermata al primo turno e riconfermata ancora più convintamente al secondo. Bersani ha visto giusto due volte: dapprima volendo fortissimamente le primarie anche contro i musi storti o gli aperti dissensi di gran parte della nomenklatura; e ha avuto ragione anche sul secondo turno, un inedito assoluto in competizioni di questo tipo, non ascoltando i consigli di chi gli diceva che la doppia tornata era inutile, che ne bastava una, e che insomma non era saggio mettersi così in gioco da rischiare. E invece no. Il secondo turno somiglia a una marcia trionfale per il segretario: tranne che nella sua regione, la Toscana, dove Renzi ottiene un 54 per cento, per il resto Bersani vince e convince nel resto del Paese. Emblematico il dato di Marche e Umbria, dove rispettivamente con il 54 e il 51 per cento, il leader del Pd riporta a casa un successo che gli era sfuggito domenica scorsa; e significativo pure l’aumento di consensi in Emilia (60 per cento rispetto al 54) che conferma e stabilizza la riconquista della cosiddetta «dorsale appenninica» storicamente rossa e che sta con il segretario. Il sindaco di Firenze si conferma a Pontedera e in generale nella sua regione, ma senza punte significative. Per Bersani, invece, picchi di consenso bulgaro si registrano a Bettole, il suo paese natale, con il 90 per cento, ma anche nella lontana Vibo Valentia con l’85 per cento e in generale in tutta la Calabria che si conferma tra le regioni più bersaniane assieme alla Basilicata. Ottimo il risultato per il leader anche a Roma, dove sfora la media e va oltre il 70 per cento, così come Genova al 71. Anche l’affluenza è stata buona, intorno ai 2 milioni e 800 mila rispetto ai 3 della prima tornata, un lieve calo più fisiologico che politicamente significativo.
Dopo la pubblicità dei primi dati subito rivelatisi incontrovertibili e non soggetti a contestazione, è Nico Stumpo, il coriaceo responsabile dell’organizzazione, a fornire il primo commento di parte bersaniana: «Ringrazio i centomila volontari, nei seggi c’è stato un lavoro ordinato e serio», a sottolineare che le regole qui e là contestate, alla fine si sono rivelate vincenti anch’esse. Nel tardo pomeriggio si fa vedere al comitato Luigi Berlinguer, che in questi giorni da presidente dei garanti ha avuto il suo bel da fare a rintuzzare riaperture di iscrizioni e contestazioni varie. Informa di avere registrato soltanto 4-5 casi di problemi ai seggi, tutti in Toscana, «ma di fronte agli oltre 9 mila seggi aperti e funzionanti non sono nulla», «io comunque continuo a vigiliare anche se ci fosse un solo caso, il mio compito è far concludere in ordine e al meglio questa grande prova di democrazia». Toni distensivi anche dai renziani, che non hanno sollevato problemi e hanno espunto dal vocabolario la stessa brutta parola di «brogli». «Non faremo ricorsi e non creiamo nessuna nuova corrente», si è affrettato a informare Roberto Reggi braccio destro del sindaco. Un ticket Bersani-Renzi? L’ipotesi è stoppata sul nascere da Nichi Vendola: «Non esiste. E’ sbagliato finanche parlarne».