Un uomo «furbo» che faceva passare comportamenti «che per ogni cittadino sarebbero stati non accettabili, come vezzi di una personalità particolare. Non posso credere che non abbia provato vergogna a dire che viveva con i soldi della zia. Perché se una parte della gente gli ha creduto, l'altra si è messa a ridere». Inizia così la requisitoria del pm Gennaro Varone sull'ex sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso chiamato a rispondere, con altri 24 indagati, sulle presunte tangenti scambiate con gli imprenditori al tempo del suo mandato. «Si nega ciò che si ha vergogna di confessare fino a quando non se ne ha l'inconfutabile prova», ha proseguito Varone riferendosi ai viaggi che Toto ha pagato all'ex sindaco. «L'idea – ha aggiunto – è che la famiglia Toto fosse economicamente a disposizione di Luciano D'Alfonso. Si chiede e Toto dà». Viaggi che sarebbero poi stati, secondo l'accusa, ripagati con il secondo bando per l'appalto dell'area di risulta: «Perché abbiamo una sola impresa che partecipa? Perché stato scritto a quattro mani da Toto e gli ufficiali del Comune». L'ex sindaco era in aula ad ascoltare, una per una, tutte le vicende che gli vengono contestate. A partire dal viaggio in Spagna fatto da lui e suo figlio, ma pagato, secondo la procura, con i soldi del Comune. La capacità contante di D'Alfonso e i suoi conti bloccati sono per la procura la prova che l'ex sindaco «ha sempre avuto denaro in nero». Così come «fiumi di denaro» gli sarebbero stati regalati dall'imprenditore Rosario Cardinale che eseguì gran parte dei lavori della sua villa di Lettomanoppello: «Cardinale ha speso 270 mila euro – ha proseguito – incassandone 210 mila. C'è una regolarità nelle condotte ogni volta che un imprenditore gli fa dei regali ottiene dei vantaggi dall'amministrazione. La ditta Cardinale ha lavorato per il comune dal 2004 al 2006 e poi è scomparsa». E ancora la figura di Fabrizio Paolini, «personaggio messo in luce dall'amministrazione D'Alfonso, ma allo stesso tempo sul libro paga di Toto che viaggia a bordo di un'auto che divideva proprio con l'ex sindaco di Pescara come risulta dall'incrocio di telepass e carte di credito». Altro tema toccato è stato quello del project financing dei cimiteri e le consulenze di Marco Mariani e Francesco Ferragina. Per la procura «235 mila euro pagati per non far nulla» se non per avvantaggiare, per la vittoria dell'appalto, l'impresa De Cesaris. L'idea che a «mantenere» D'Alfonso fossero i genitori, per il procuratore, è «un'offesa all'intelligenza di chi ascolta».Per poter invece pagare i 235 mila euro richiesti da Toyo Ito per il Calice di Piazza Salotto, gli si diede l'incarico di consulente per «la riqualificazione di marciapiedi e manutenzione delle strade. Un incarico che l'architetto di fama internazionale non solo non ha mai svolto – ha concluso Varone – ma che non ha neanche mai saputo di avere». E se a D'Alfonso tutto era dovuto, ha aggiunto il pm, Guido Dezio era una sorta di incompreso. Almeno in relazione alla vicenda della presunta tangente di 20 mila euro chiesta per il bar del tribunale. «Secondo la difesa – ha ironizzato il pm – avevano capito male in quattro». C'è poi la sua «lista», quella in cui «ricompaiono» i nomi degli imprenditori «scomparsi da quella ufficiale» dei tempi di campagna elettorale. Tra essi anche Antonio Taraborrelli. Il 10 conclusione della requisitoria con le richieste di condanna.