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Pescara, 15/06/2026
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Data: 06/12/2012
Testata giornalistica: Il Centro
«Siamo fermi da 10 anni L’Abruzzo ora reagisca». L’economista Mauro: non basta recuperare i livelli del 2008, per creare lavoro bisogna guardare ai modelli vincenti dell’Europa più competitiva

«L’Abruzzo in Europa, quali prospettive?» è il tema del convegno in programma domani a Pescara nell’aula magna dell’Università G. D’Annunzio (viale Pindaro a partire dalle ore 10,30). Dopo i saluti del direttore del dipartimento Augusta Consorti, seguirà la relazione dell’economista Giuseppe Mauro, ordinario di politica economica, quindi una tavola rotonda con Giorgio Santini, segretario generale aggiunto Cisl; Mauro Angelucci, presidente Confindustria Abruzzo; Rodolfo De Laurentiis, consigliere d’amministrazione Rai; Giovanni Legnini, senatore Pd; Gianni Chiodi, presidente Regione Abruzzo. Modera Mauro Tedescini, direttore del Centro. Presiede i lavori Maurizio Spina, segretario generale Cisl Abruzzo.
di Antonio De Frenza wPESCARA L’Abruzzo non deve sperare di tornare alla situazione economica precrisi, deve invece guardare avanti cercando di scalare la montagna della competitività in Europa, che ci vede oggi a metà classifica, secondo una ricerca della Commissione europea. Lo dice l’economista Giuseppe Mauro che domani sarà relatore del sul rapporto Abruzzo-Europa in programma a Pescara. Professore, innanzitutto fotografiamo la situazione congiunturale dell’Abruzzo. «In Abruzzo permane una situazione caratterizzata da 4 componenti: minor reddito, minore fiducia, minor livello consumo, minor credito, a causa dell’andamento decrescente della raccolta impieghi. Le ultime crisi hanno determinato l’interruzione del circolo virtuoso imprese-produzione- consumo». Ma dal 2009 la crisi ha cambiato pelle. «L'ultima crisi, quella del debito sovrano, si è via via configurata in maniera parzialmente diversa da quella finanziaria del 2009, anche anche se poi le crisi producono effetti similari sui principali indicatori. L’attuale crisi ha determinato una flessione ragguardevole soprattutto della domanda interna, mentre la precedente si caratterizzava per la caduta dell’export e della domanda mondiale. Oggi a risentirne sono soprattutto le piccole imprese che operano in prevalenza sul mercato nazionale e regionale. E ovviamente le famiglie». Che spendono sempre meno. «Certo, hanno aspettative pessimistiche, reddito stagnante o in diminuzione, di conseguenza stentano ad alimentare una adeguata domanda di consumo, in particolare di beni durevoli, come arredamento, edilizia, elettrodomestici, automobili». Come si riflette questa situazione sul Pil abruzzese? «Il Pil è fermo a quello d 10 anni fa. Nel 2012 è previsto un calo del 2,9%, mentre in Italia sarà tra il 2 e il 2,4%. Abbiamo una domanda interna che arretra vistosamente sotto il profilo del consumo e degli investimenti. Se volessimo fare un confronto tra le 274 regioni dell’Unione europea a 27, l'Abruzzo perde 18 posizioni e passa dal 149° posto del 1997 al 160° del 2010. Il fatto che il confronto venga effettuato nell'arco di oltre un decennio è un segno la mancata crescita non è un fenomeno congiunturale ma coinvolge aspetti strutturali in gran parte sottovalutati, in particolare per quanto riguarda la fine delle svalutazioni competitive, i mutamenti geoeconomici e l’avvento di nuovi paradigmi tecnologici». Gli effetti della crisi dovrebbero vedersi sul lavoro. In Abruzzo però l’occupazione scende poco. Perché? «È stato giustamente sottolineato anche da questo giornale come nel corso terzo trimestre 2012 l’Abruzzo abbia mantenuto il suo livello occupazionale. Il problema che si sta delineando è però un altro. Se confrontiamo i dati di oggi a quelli del terzo trimestre 2008, emerge che c’è stato un gigantesco balzo in avanti delle persone in cerca occupazione, con un tasso di crescita del 68,7% contro il 62% dell’Italia. Questo è un andamento fortemente negativo, perché tende da un lato ad allargare il divario tra il lavoro protetto e quello precario non protetto, tra chi ha già un’occupazione e chi tenta di entrarvi. Ed è anche una evidente dimostrazione delle difficoltà che stanno attraversando le famiglie monoreddito». Questo che cosa significa? «Significa che la base produttiva della regione non cresce e che l'offerta non aumenta e con essa non aumenta l’occupazione». Quando finirà la crisi? «Il problema vero è che la ripresa potrebbe significare solo un aumento del Pil con percentuali oscillanti intorno all’1%, se guardiam all’andamento del Pil negli ultimi 12 anni. Quindi tornare alla situazione precrisi significherebbe soltanto galleggiare senza per questo consentirci di aumentare la forza lavoro, soprattutto giovanile». Che fare allora? «Per un processo di sviluppo sostenuto e durevole è necessario che la regione partecipi alle grandi trasformazioni in atto nello scenario mondiale, che riguardano la produttività, l’innovazione, l’internazionalizzazione, la formazione. E’ su questo che ci dobbiamo interrogare trovando una coesione che dia forza alle idee: la politica deve creare le condizioni di contesto, le imprese devono operare con lo sguardo volto al miglioramento qualitativo del prodotto, la sensibilità dei sindacati non deve esaurirsi solo nella difesa del posto di lavoro, ma deve spingersi sul versante della produttività, e il sistema bancario deve necessariamente accompagnare lo sforzo imprenditoriale lungo il percorso dell’innovazione».

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