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Pescara, 13/06/2026
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Data: 29/12/2012
Testata giornalistica: Il Messaggero
Nel 2013 i primi risparmi della riforma Fornero: 900 milioni (Quando si andrà in pensione - Guarda)

ROMA Sulla carta ha già iniziato a colpire da quest’anno, ma di fatto la riforma previdenziale firmata Elsa Fornero entrerà nel vivo, e inizierà a produrre risparmi per il bilancio dello Stato, dal prossimo mese di gennaio. Finora infatti i benefici finanziari dei provvedimenti approvati un anno fa sono venuti dalla mancata indicizzazione delle pensioni e da altre voci come l’aumento delle aliquote contributive dei lavoratori autonomi. Mentre, paradossalmente, la nuova griglia di età e anzianità contributiva ha provocato un minimo aumento di spesa perché condonava mezzo anno ad una piccola platea di lavoratori autonomi.
Dal 2013 invece inizieranno ad essere concretamente bloccate le uscite: ad esempio per i dipendenti uomini e per le lavoratrici del pubblico impiego serviranno 66 anni e 3 mesi per la pensione di vecchiaia: usciranno dunque qualche mese dopo coloro che hanno compiuto i 65 anni nel corso del 2012 e con le precedenti regole avrebbero lasciato il lavoro dopo l’anno di finestra mobile, quindi di fatto a 66 anni. I tre mesi aggiuntivi sono la prima applicazione di un principio fondamentale, quello del legame tra uscita dal lavoro ed incremento dell’aspettativa di vita, che porterà nei prossimi decenni la soglia del pensionamento di vecchiaia fino ai 70 ani ed oltre.
IL CONTRIBUTO DELLE DONNE
Un rinvio di entità simile a quella dei dipendenti, con diversi requisiti, lo sconteranno i lavoratori autonomi. Ma in prospettiva saranno soprattutto le donne, sul fronte della vecchiaia, ad assicurare i maggiori risparmi rispetto alla situazione precedente; per le lavoratrici del settore privato, dipendenti ed autonome, scatta una scaletta più impegnativa che le porterà nel 2018 alla parità con gli uomini. Secondo i calcoli della Ragioneria generale dello Stato saranno in media 110 mila l’anno quelle toccate dai nuovi requisiti.
Ugualmente sarà ritardata, in misura molto consistente, l’uscita dal lavoro per coloro che in precedenza puntavano sulla pensione di anzianità ed ora devono fare i conti con una sua versione molto più restrittiva, la pensione anticipata. Se prima si poteva comunque uscire con 40 anni di contributi versati (più la finestra di un anno o un anno e mezzo per gli autonomi) dal 2013 ne serviranno 42 e cinque mesi per gli uomini e 41 e 5 mesi per le donne: anche questi requisiti sono destinati a diventare più restrittivi nel tempo per effetto degli andamenti demografici. Complessivamente i soggetti interessati da questa stretta erano stati stimati in 135-140 mila nel 2013, cifra che prevedibilmente crescerà negli anni successivi.
EFFETTI IN PROGRESSIONE
È una riforma drastica, quella inserita nel decreto salva-Italia dello scorso dicembre, che come quasi sempre accade in campo previdenziale dispiega i suoi effetti finanziari in progressione. Si parte così il prossimo anno con poco meno di 900 milioni (grandezza comunque non disprezzabile anche per i conti pubblici italiani) ma poi si va in crescendo: 3,3 miliardi già nel 2014, 6,5 il successivo, 9,3 nel 2016, 12,3 nel 2017 e 14,4 nel 2018. E poi ancora 16 nel 2019 e 16,6 miliardi nel 2020, anno nel quale l’impatto finanziario sarà massimo. A questi risparmi contribuisce anche il calcolo pro rata della pensione con il sistema contributivo.
I REQUISITI DEL 2065
Osservando lo stesso fenomeno da un altro punto di vista, la riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica sul Pil sarà pari nel 2020 a 1,4 punti, per poi iniziare a scendere gradualmente e sostanzialmente azzerarsi nel 2045. A quel punto però il panorama previdenziale italiano sarà molto diverso da quello attuale: per lasciare i lavoro con la pensione di vecchiaia serviranno 69 anni e otto mesi. In base al più recente scenario demografico dell’Istat, questa soglia crescerà ancora fino a toccare i 71 anni e 3 mesi nel 2065, quando dovrebbero andare finalmente a riposo i ragazzi che oggi hanno 18 anni.

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